Devo dire che mi
è sempre piaciuto l’orso, piccolo o grande, vivo, di cristallo o di
morbida peluche, insomma orso! Ancor oggi in un gran cesto conservo molti
orsacchiotti che via via sono entrati nella mia vita e che mi rammentano
fatti, episodi ed anche persone.
Volendo
approfondire la sua conoscenza ho sfogliato diversi libri e così ho
conosciuto molti orsi: l’orso bruno, l’orso grizzly, terribile e
carnivoro, l’orso nero, ed altri tra cui anche lo Spirit ben,
grande orso dal manto bianco che vive libero nelle immense foreste del
Grande Orso in Columbia Britannica (Canadà) e l’Orso polare il cui
ambiente naturale è il gelido Polo Nord dove sulla neve eterna gioca e
ruzzola felice.
Ma dalle nostre
parti, vagando nei boschi in Slovenia, nel Parco Adamello Brenta o nel
Parco degli Abruzzi inaspettatamente possiamo correre il rischio di un
incontro ravvicinato proprio con un orso bruno vegetariano. un pò per
scelta e un pò per necessità, a caccia di miele.
Più difficile è
invece vedere un orso malese o cinese anche per la caccia spietata che gli
fanno gli abitanti di questi luoghi che vendono a peso d’oro gli artigli,
le zampe, i denti, la pelliccia e… la bile di questo povero animale che
viene utilizzata per farne pillole curative che potrebbero benissimo
essere sostituite con prodotti sintetici.
Sorte crudele! e
sofferenze inflitte riflesse nei loro occhi supplici.
Attimi
d’avvilimento e di tristezza, di sfiducia nel genere umano e di
riflessione che dovrebbero servire ad avvicinarci al mondo della natura e
degli elementi con più amore.
Ma per far ciò, è
detto, bisogna saper ascoltare e percepire gli spiriti dei boschi ed avere
una sensibilità particolare che viene soprattutto dall’umiltà.
Bando alla
malinconia e torniamo nella Foresta concentrato di forze vive, dì energia
selvaggia, dove tutto vibra di colori e di odori e riprendiamo la nostra
dissertazione sull’orso…
La scienza
zoologica identifica nell'orso un mammifero onnivoro
appartenente alla famiglia degli ursidi diffuso in Europa, in America e in
Asia.
Suddiviso in
varie specie, otto per la precisione, l'orso possiede una testa e un
tronco - quest'ultimo lungo da uno e mezzo ai tre metri - massicci, una
coda piccola e quasi invisibile, un mantello lungo e folto, zampe possenti
dotate ciascuna di cinque dita armate di grossi artigli. Vive isolato o in
piccoli gruppi negli ambienti più vari, dalle zone forestali calde alle
regioni polari, e nei mesi più freddi cade in letargo.
Questo dice la
scienza. Ma un test psicologico, assai di moda negli anni '80, forniva una
serie d’identificazioni e di valutazioni circa la figura di alcuni animali
che, secondo una certa corrente di studi sulla psiche umana, avrebbero
rappresentato i moti interiori dell'animo
In tal senso,
l'orso veniva equiparato alla componente emotiva ed irrazionale dell'animo
umano e, unitamente al lupo, anche alle sue sensazioni nei confronti di
tutto ciò che compete la sfera dell'occulto.
Per tale valenza
psicologica, ma soprattutto per la nutrita serie di tradizioni mitiche
peculiari di molte popolazioni d'Europa, l'orso è a ragione considerato un
animale che fa parte del simbolismo magico universale.
Sotto tale
aspetto principalmente lo esamineremo.
Prima di tutto
però, c'è da riferire che la figura dell'orso, come allegoria di
particolari caratterizzazioni etiche o comportamentali, compare negli
stemmi di molte famiglie nobili europee, principalmente d’area germanica e
anglosassone.
Nondimeno l'orso
è il simbolo stesso della città di Berlino, la quale trae dall'animale la
sua antica etimologia.
L'immagine
dell'orso appare tra l'altro nei blasoni cittadini di Morghauser,
di Frist, di Bohenmehin in Germania, e di Covertown,
d’Artstedt e di Followart in Inghilterra.
Il simbolismo
dell'orso più accentuato è riscontrabile in seno alle popolazioni celtiche
irlandesi e gallesi. E' un simbolismo composito e complesso, in gran parte
associato alla saga di re Artù da un lato, e dall'altro ai miti scandinavi
dei Berserkr.
Tra l'altro, il
nome del mitico sovrano della Cambria, Artù, prende etimo da quello
gaelico dell'orso "art" e "aerth", in lingua bretone "arzh" - e i
Berserkr da quello nordico-germanico "bear", oppure dall'antico "beir"
e dell'antichissimo "birkr" norvegese.
Nei miti dei
Berserkr furono presi in considerazione i "furori sovrannaturali",
magico-estatici, se vogliamo, dei guerrieri scandinavi prima, e germanici
poi.
Questi
combattenti sarebbero caduti, come narrano i poemi epici composti dal
primo secolo avanti Cristo fino al III secolo, in una sorta di trance
ipnotico grazie ad un processo d’identificazione o d’incorporazione
nell’essenza animalesca dell'orso.
Il loro sarebbe
stato un modo d’essere dimensionale superumano tragico e violento.
In questa
condizione, i guerrieri-orso di sarebbero lanciati contro i nemici.
La battaglia si
sarebbe svolta "... senza comparazione di forza tra coloro che cadevano
feriti e gli eroi divini divenuti ormai orsi". (Behow. V,17-18).
Nella
trasformazione in animale era implicito il passaggio dallo stato umano a
quello semi-divino. Sotto questo profilo, l'orso fu considerato elemento
vivo di metamorfosi verso uno stato superiore d’identità.
Un elemento
magico-spirituale questo, che trovava similitudine nel concetto di
licantropia, ovvero della metamorfosi dell'uomo in lupo, durante la quale
l'essere umano prende la forma del "signore dei boschi".
Ma, mentre in
questo caso la trasformazione è fisico-esistenziale, i guerrieri Berserkr
si tramutano, invece, soltanto sotto il profilo spirituale-dimensionale,
diventando orsi senza assumerne la sembianza.
La magia
dell'orso nell'ambito delle tradizioni irlandesi e britanniche riveste
valenze simboliche meno peculiari e più estese, tuttavia sempre connesse
alla furia bellica -qui ritorna, per certi versi, la valenza psicologica
ursina della irrazionalità e dell’emotività - e agli uomini d'arme.
Un'esempio
illuminante in tal senso è, come si è già accennato, il re guerriero Artù,
che secondo gli innumerevoli racconti che lo riguardarono, trovò non
impeto, ma saggezza attraverso l'analisi introspettiva del proprio animo
(cfr. il binomio Art-hur - Mer- el - Lainn).
Nelle tradizioni
anglosassoni l'orso simboleggia la classe guerriera e i clan militari,
sempre contrapposti alla casta sacerdotale, a sua volta rappresentata
dalla figura del cinghiale.
Elementi, questi,
messi in forte risalto dai poemi gaelici compresi nella saga del
cosìddetto "Mathgen" (IV-V secolo dopo Cristo). Qui gli eroi guerrieri -
tra i quali spiccano le gesta di un re guerriero che ricorda la figura di
re Artù - danno la caccia al cinghiale bianco Twrch-Trwyrh e alla sua
prole.
Nel racconto
gallese "Kulhwch eh Olwen", alla caccia segue una lotta a corpo a
corpo tra l'eroe del racconto e il cinghiale, una battaglia che dura nove
giorni e nove notti, allegoria dei novanta anni che furono necessari per
sottomettere la casta druidica (sacerdotale) gallese al potere dei
sovrani locali.
Nel racconto
irlandese intitolato "Morte dei figli di Tuireann" del VI secolo,
un orso uccide a morsi il cinghiale Chiaenn, sotto le cui sembianze
si era nascosto il padre del dio Lug, semi-divinità considerato il
capostipite della classe druidico-sacerdotale delle regioni
nord-occidentali d'Irlanda (Ulster).
Una dea ursina,
chiamata Artio, è presente anche nella mitologia dell'Europa continentale,
particolarmente dei territori fiamminghi.
Artio è una dea
guerriera, adorata dai clan matriarcali che, successivamente, diedero
adito ai racconti sulle mitiche amazzoni nordeuropee.
Una divinità
dalle identiche attribuzioni, di nome Artemis, fu onorata dalle
popolazioni stanziate nei pressi di Berna, altra città che
etimologicamente si rapporta alla figura dell'orso.