L'orso - pag. 2

L'accostamento della figura dell'orso alle vetero-deità femminili, consente di scrutare un ulteriore aspetto della simbologia dell'animale. Una valenza meno nota,  ma di gran lunga più interessante e più attinente alla magia delle espressioni mitologiche delle tradizioni nordeuropee in genere.

Infatti, nella mitologia mediterranea l'orso è associato alla figura della dea Artemide, divinità lunare e notturna.

Peraltro l'orso è la sembianza assunta dalla dea nei racconti delle sue apparizioni agli uomini.

In tal senso l'orso incarna una delle due facce della dialettica connessa ai miti lunari: esso rappresenta il carnefice o la vittima, il sacrificante o il sacrificato.

L'orso è presente anche nel mito di Atalanta, la vergine semi-divina che sfidava i giovani nella corsa. La fanciulla, secondo la leggenda, sarebbe stata nutrita e allevata da un'orsa in costante lotta con il cinghiale Calidone.

L'orso simboleggia altresì l'aspetto mostruoso e crudele delle divinità femminili-ctonie. In tal senso il grande psicanalista Carl Gustav Jung, rifacendosi alla mitologia greca, identificò nella figura dell'orso l'aspetto più pericoloso dell'inconscio umano.

Anche nelle popolazioni siberiane l'orso è associato alla luna, o meglio alla divinità lunare chiamata Shianciuck, giacchè l'animale scompare in inverno e riappare il primavera: questo mostrerebbe i suoi legami con la riproduzione dei vegetali, a sua volta connessa intimamente ai cicli lunari.

Tra le popolazioni siberiane arcaiche, l'orso fu considerato anche come l'antenato della specie umana: Infatti, secondo certe credenze, l'uomo avrebbe una vita simile a quella della luna. Poiché tale, egli non avrebbe potuto essere stato creato che dalla medesima sostanza lunare, o da uno stesso atto magico connesso all'astro.

Nella cultura magico-religiosa italica, precisamente latino-sabellica, all'orso fu attribuita una valenza tellurica e sotterranea.

Esso simboleggiava "il respiro della terra" che emanava e si manifestava nelle caverne.

Fu altresì espressione dell'oscurità, delle tenebre, delle forze misteriose che provengono dal buio. In tal senso, un’antichissima filastrocca diffusa fino al Medioevo nei territori reatini, esortava il bambino dormiente a non temere le tenebre, giacché un orso avrebbe vegliato sul suo sonno e avrebbe cacciato ogni larva che avrebbe potuto possedere il suo corpo.

Tale nenia s’inquadrava anche in quel complesso di credenze italiche, popolari e magiche, che considerava sostanzialmente l'orso un animale protettore degli esseri di tenera età - compreso il bestiame in genere - e "iniziatore" ai misteri della vita per ragazzi e ragazze in età adolescenziale.

L'orso avrebbe avuto, però, anche una valenza negativa.

In certe tradizioni magiche etrusche, infatti, l'animale avrebbe rivestito il ruolo infamante di violentatore di donne incinte: un’iscrizione parzialmente decifrata presente in una tomba di Cerveteri, riporta: "... non hai fatto attenzione, povera donna/ non hai fatto attenzione al tuo ventre/ non hai protetto il tuo frutto dall'orsa/ spuntata d'improvviso dall’oscurità della terra ...

La valenza aggressiva dell'orso è anche presente nella cultura alchemica.

La sua figura è simbolo degli istinti brutali dell'uomo e delle fasi iniziali dell'evoluzione dello spirito della singola persona.

Sarebbe altresì allegoria delle forze elementari suscettibili di miglioramenti graduali, ma anche d’improvvise regressioni.

Il suo colore è il nero, tipico della "materia prima" alchemica.

Ciononostante, come tutti i grossi animali feroci, l'orso fa parte della simbologia ctonia. Lunare e notturno esso, pur derivante dai luoghi interni della Terra Madre, e pertanto  incontrollabile per sua stessa natura, può essere altresì addomesticato, imbrigliato nelle sue forme comportamentali.

Sotto tale profilo alchemico, il simbolismo dell'orso, connesso all'animo umano e ai suoi  tenebrosi meandri, risulta essere alquanto evidente.

La facilità di domare l'animale fu tradizionalmente sottolineata anche dal simbolismo stesso della sostanza di cui è particolarmente ghiotto, il miele.

Questa sostanza, in seno alle tradizioni sapienziali, fu generalmente considerata il cibo preferito dagli dèi o dai santi. Fu considerato soprattutto un nutrimento spirituale in quasi tutti i culti europei. Anche in seno all'ebraismo si ricorda che "... la vergine concepirà un figlio che partorirà e che chiamerà Emmanuele. Egli mangerà miele finché non imparerà a gettare indietro il male e a scegliere il bene" (Isaia VII, 14-15).

Secondo Dionigi l’Aeropagita, il miele è paragonabile agli insegnamenti divini giacché hanno tutti la proprietà di purificare e di conservare la conoscenza suprema.

Nella liturgia cultuale greca, il miele era un simbolo di protezione ma, soprattutto, di pacificazione. Così che simbolicamente l'orso, cercando di cibarsi di miele, opera in se stesso un'opera d’asservimento agli ideali più alti della pacifica convivenza tra gli uomini.

In tal senso l'orso, mediante il nutrimento del miele, diventa allegoria della saggezza sempre foriera di pace e d’elevazione spirituale.

Nelle tradizioni d'area celtica, il miele venne esaltato quale principio fecondatore, sorgente di vita e di fecondità.

Fu considerato il cibo preferito dagli dèi, ed unito al vino e all'acqua avrebbe costituito la bevanda preferita di Odino-Wothan,  l'idromele.

L'eroe Kohamar, così si rivolge al dio aso Baldr (Baldur) in un anonimo poema norvegese del VI secolo:

"... come le api fabbricatrici di succo/ versano succo nel succo/ così in me si rafforzi la luce/ Come le mosche si bagnano nel miele/ così nel mio essere la forza e l'acutezza/ il vigore e la possanza siano affermati/ O signore dello splendore/ spandi su di me il succo delle api ..."

Il simbolismo e il culto dell'orso sono ampliamente riscontrabili anche tra gli antichi popoli dell'America del Nord.

Gli sciamani delle tribù Sioux, ad esempio, nei loro canti sostenevano che l'orso si sarebbe ricordato di tutto, sarebbe stato "l'orecchio (memoria) della Terra".

Sotto tale aspetto, l'orso fu considerato uno dei tanti spiriti naturali aleggianti tra gli alberi delle foreste.

Probabilmente per questa sua mitica caratteristica, essi non lo nominavano direttamente, ma lo indicavano con affettuosi soprannomi: "nonno", "zio" e "fratello maggiore", oppure "grande vecchio", "vecchio nero" e "comandante della foresta".

Gli indiani Uroni, invece, consideravano l'orso un animale particolarmente influente nella magia naturale.

Grandissima importanza nelle operazioni magiche era, infatti, attribuita a parti del suo corpo come le zampe, gli artigli e i denti.

Il suo osso scapolare, infisso all'ingresso d’ogni kepì, era creduto un potentissimo talismano contro gli spiriti maligni.

Per gli "uomini di medicina" del popolo degli Algolki era fatto obbligo vestirsi soltanto delle pelli degli orsi.

Era loro credenza, infatti, che solo con questi primitivi indumenti essi avrebbero potuto curare le malattie e ottenere il favore degli spiriti della natura.

Per gli indiani Seminole, i denti e gli artigli triturati dell'orso avrebbero prevenuto e curato le infezioni intestinali del bestiame, mentre tra i Moehacan portare sulle spalle la carcassa dell’orso, sarebbe stata garanzia di un'ottima caccia.

Presso gli indiani Pueblos, era tradizione dedicare un focolare allo "spirito dell'orso", dove le donne dovevano spandere acqua a conclusione di riti magici propiziatori a favore della caccia o degli scontri armati con le tribù nemiche.

 

 

Presso il popolo Navajo lo spirito dell'orso era invocato come testimone di giuramenti solenni. In più iscrizioni rupestri sono leggibili queste frasi: "che la tempesta magica dell'orso mi divori se non manterrò il patto", oppure: "che lo spirito dell'orso sia testimone che non sono colpevole". Il dato curioso è che simile attribuzione ursina era conosciuta anche presso i popoli tartari dell'Altai.

Le popolazioni eschimesi, infine, considerano tutt'oggi di malaugurio calpestare le orme sulla neve degli orsi.

Credono, infatti, che cancellarne le impronte costituisca una grandissima offesa per l'animale che, dal canto suo, reagirebbe magicamente apportando  malattie non solo alla famiglia di chi le avesse calpestate, ma persino a tutti i componenti del clan di appartenenza.

Il simbolismo dell'orso fu presente anche nelle tradizioni magiche di certe antiche popolazioni asiatiche. Il popolo Aniu, stanziato principalmente nell'isola di Hokkaido, in Giappone, credevano che l'orso fosse stato una divinità della montagna, meglio ancora la reincarnazione della loro massima divinità, Hoka.

All'animale era dedicata una festa specifica nella prima metà di dicembre, detta "Kamui Omate", nel corso della quale si svolgevano riti magico-religiosi ben precisi al fine di propiziarsi la sua protezione.

La divinità-orso discesa sulla terra, sarebbe stata accolta, appunto, con festeggiamenti dagli uomini, ed avrebbe lasciato importanti doni per poi ritornare sui monti, nella sfera del divino.

In certe regioni della Cina, nell'antico Catai, l'orso fu considerato ugualmente  connesso alle divinità montane.

Avrebbe incarnato, inoltre, il principio maschile della natura e la sua apparizione nei villaggi avrebbe annunciato la nascita di maschi, sia nelle comunità umane che nel bestiame.

Una delle massime divinità cataiche, Yu-Bin, l'organizzatore del mondo", avrebbe assunto spesso le sembianze di un orso per comunicare ai suoi devoti la propria volontà.

L'orso fu altresì considerato come l'elemento maschile nello "yin-yang", contrapposto alla figura femminile del serpente.

Nell’arcaica religione indù, invece, l'orso (kshatriya) fu in sostanza considerato come uno degli animali "architetti del cosmo".

Sarebbe stata la cavalcatura preferita della yogini Ritsamada, che avrebbe avuto la funzione anche di portare nella volta celeste il sole ogni giorno.

Pertanto, in queste culture all'animale fu spesso riservato l'appellativo di "conduttore del sole" e, per estensione concettuale, di “portatore di fertilità”.

All'orso sono stati attribuiti significati anche in ambito astronomico.

La costellazione, dell' "Orsa Maggiore" (Grande Carro), è composta di sette stelle splendenti.

Secondo le credenze magiche dei popoli dell'Europa centrale, le stelle sarebbero la sede d’altrettanti spiriti planetari (cfr. le concezioni magico-mitologiche agrippiane, XV-XVI secolo) che avrebbero presieduto alla saggezza umana e alla sapienza primordiale.

L'Orsa Maggiore sarebbe stata, dunque, al tempo stesso dimora di divinità e centro della conoscenza divina.

Tali concezioni sono riscontrabili nelle antichissime tradizioni astrologiche mazdee e persiane. Qui, i sette astri corrispondono ognuno agli orifizi del corpo e ai sette punti vitali del cuore.

Quest'ultimo organo fu sostanzialmente identificato con tale costellazione. Anche nel libro dell"Apocalisse" di Giovanni, il Cristo del "nuovo avvento" tiene nella mano destra le sette stelle dell'"Orsa Maggiore".

In seno a certe conoscenze esoteriche di marca teosofica, infine, l'Orsa Maggiore fu indicata come elemento di meditazione e di contemplazione spirituale.

 

 

Secondo tali teorie, la costellazione sarebbe idealmente perpendicolare al centro della testa dell'uomo, e la sua visualizzazione sarebbe elemento basilare nelle pratiche iniziatiche d’unificazione dello spirito con la centralità divina.

Concludiamo la disamina simbolistica sull'orso riportando per sommi capi un racconto ben conosciuto nell'Italia centrale nel XIII secolo.

"Avvenne che un'orso dal pelo nerissimo si fosse aggirato nei territori sottoposti ad un duca crudele, seminando terrore non solo tra la gente di campagna, ma anche nelle persone abitanti nei paesi.

Per catturarlo si erano mobilitati da molti anni valenti cacciatori e prodi cavalieri, attirati soprattutto dalla lauta ricompensa che il signorotto aveva promesso a chi gli avesse portato ancora grondante di sangue la testa della bestia.

Ma tutto era stato inutile. L'animale continuava a percorrere le campagne facendo strage del bestiame e dei frutti degli alberi. Un giorno, mentre la soavissima figlia del duca stava passeggiando nel giardino del castello paterno in compagnia di due giovani serventi, d'improvviso sbucò fuori dagli alberi il feroce animale.

Le due ancelle fuggirono gridando, impaurite dall'aspetto dell'orso.

Ma la giovinetta si drizzò davanti all'orso con coraggio e disse: "Se vuoi sbranare questo corpo vieni pure, ma se anche tu sei un fedele di Gesù Cristo Nostro Signore, vattene da me e non procurare più tormenti a coloro che credono in lui!"

A queste parole la bestia si fermò di colpo. Guardò stupito la fanciulla e come per miracolo le disse: "Basterebbe un tuo soavissimo bacio per fermare la mia ira e ridiventare quello che io sono in realtà!"

La fanciulla, stupita e commossa, si avvicinò all'orso e con un forte abbraccio lo baciò dolcemente.

La bestia emise un fortissimo grido, mentre la sua pelliccia per incanto si sciolse come la neve al sole. Ed apparve di fronte alla fanciulla un giovane bello e dai capelli biondi, vestito di un'armatura di colore rosso scintillante. Tra i due sbocciò un amore improvviso, un sentimento che sconfisse ed annullò gli effetti di un malefico sortilegio perpetrato sul giovane.

In effetti questo era figlio di re, condannato da una perfida maga a vivere sotto bestiali sembianze, finché l'amore disinteressato di una vergine devota non l'avesse redento."

Fernanda Nosenzo