L'accostamento
della figura dell'orso alle vetero-deità femminili, consente di scrutare
un ulteriore aspetto della simbologia dell'animale. Una valenza meno
nota, ma di gran lunga più interessante e più attinente alla magia delle
espressioni mitologiche delle tradizioni nordeuropee in genere.
Infatti, nella
mitologia mediterranea l'orso è associato alla figura della dea Artemide,
divinità lunare e notturna.
Peraltro l'orso è
la sembianza assunta dalla dea nei racconti delle sue apparizioni agli
uomini.
In tal senso
l'orso incarna una delle due facce della dialettica connessa ai miti
lunari: esso rappresenta il carnefice o la vittima, il sacrificante o il
sacrificato.
L'orso è presente
anche nel mito di Atalanta, la vergine semi-divina che sfidava i giovani
nella corsa. La fanciulla, secondo la leggenda, sarebbe stata nutrita e
allevata da un'orsa in costante lotta con il cinghiale Calidone.
L'orso
simboleggia altresì l'aspetto mostruoso e crudele delle divinità
femminili-ctonie. In tal senso il grande psicanalista Carl Gustav Jung,
rifacendosi alla mitologia greca, identificò nella figura dell'orso
l'aspetto più pericoloso dell'inconscio umano.
Anche nelle
popolazioni siberiane l'orso è associato alla luna, o meglio alla divinità
lunare chiamata Shianciuck, giacchè l'animale scompare in inverno e
riappare il primavera: questo mostrerebbe i suoi legami con la
riproduzione dei vegetali, a sua volta connessa intimamente ai cicli
lunari.
Tra le
popolazioni siberiane arcaiche, l'orso fu considerato anche come
l'antenato della specie umana: Infatti, secondo certe credenze, l'uomo
avrebbe una vita simile a quella della luna. Poiché tale, egli non avrebbe
potuto essere stato creato che dalla medesima sostanza lunare, o da uno
stesso atto magico connesso all'astro.
Nella cultura
magico-religiosa italica, precisamente latino-sabellica, all'orso fu
attribuita una valenza tellurica e sotterranea.
Esso
simboleggiava "il respiro della terra" che emanava e si manifestava nelle
caverne.
Fu altresì
espressione dell'oscurità, delle tenebre, delle forze misteriose che
provengono dal buio. In tal senso, un’antichissima filastrocca diffusa
fino al Medioevo nei territori reatini, esortava il bambino dormiente a
non temere le tenebre, giacché un orso avrebbe vegliato sul suo sonno e
avrebbe cacciato ogni larva che avrebbe potuto possedere il suo corpo.
Tale nenia
s’inquadrava anche in quel complesso di credenze italiche, popolari e
magiche, che considerava sostanzialmente l'orso un animale protettore
degli esseri di tenera età - compreso il bestiame in genere - e
"iniziatore" ai misteri della vita per ragazzi e ragazze in età
adolescenziale.
L'orso avrebbe
avuto, però, anche una valenza negativa.
In certe
tradizioni magiche etrusche, infatti, l'animale avrebbe rivestito il ruolo
infamante di violentatore di donne incinte: un’iscrizione parzialmente
decifrata presente in una tomba di Cerveteri, riporta: "... non hai
fatto attenzione, povera donna/ non hai fatto attenzione al tuo ventre/
non hai protetto il tuo frutto dall'orsa/ spuntata d'improvviso
dall’oscurità della terra ...
La valenza
aggressiva dell'orso è anche presente nella cultura alchemica.
La sua figura è
simbolo degli istinti brutali dell'uomo e delle fasi iniziali
dell'evoluzione dello spirito della singola persona.
Sarebbe altresì
allegoria delle forze elementari suscettibili di miglioramenti graduali,
ma anche d’improvvise regressioni.
Il suo colore è
il nero, tipico della "materia prima" alchemica.
Ciononostante,
come tutti i grossi animali feroci, l'orso fa parte della simbologia
ctonia. Lunare e notturno esso, pur derivante dai luoghi interni della
Terra Madre, e pertanto incontrollabile per sua stessa natura, può essere
altresì addomesticato, imbrigliato nelle sue forme comportamentali.
Sotto tale
profilo alchemico, il simbolismo dell'orso, connesso all'animo umano e ai
suoi tenebrosi meandri, risulta essere alquanto evidente.
La facilità di
domare l'animale fu tradizionalmente sottolineata anche dal simbolismo
stesso della sostanza di cui è particolarmente ghiotto, il miele.
Questa sostanza,
in seno alle tradizioni sapienziali, fu generalmente considerata il cibo
preferito dagli dèi o dai santi. Fu considerato soprattutto un nutrimento
spirituale in quasi tutti i culti europei. Anche in seno all'ebraismo si
ricorda che "... la vergine concepirà un figlio che partorirà e che
chiamerà Emmanuele. Egli mangerà miele finché non imparerà a gettare
indietro il male e a scegliere il bene" (Isaia VII, 14-15).
Secondo Dionigi
l’Aeropagita, il miele è paragonabile agli insegnamenti divini giacché
hanno tutti la proprietà di purificare e di conservare la conoscenza
suprema.
Nella liturgia
cultuale greca, il miele era un simbolo di protezione ma, soprattutto, di
pacificazione. Così che simbolicamente l'orso, cercando di cibarsi di
miele, opera in se stesso un'opera d’asservimento agli ideali più alti
della pacifica convivenza tra gli uomini.
In tal senso
l'orso, mediante il nutrimento del miele, diventa allegoria della saggezza
sempre foriera di pace e d’elevazione spirituale.
Nelle tradizioni
d'area celtica, il miele venne esaltato quale principio fecondatore,
sorgente di vita e di fecondità.
Fu considerato il
cibo preferito dagli dèi, ed unito al vino e all'acqua avrebbe costituito
la bevanda preferita di Odino-Wothan, l'idromele.
L'eroe Kohamar,
così si rivolge al dio aso Baldr (Baldur) in un anonimo poema norvegese
del VI secolo:
"... come le
api fabbricatrici di succo/ versano succo nel succo/ così in me si
rafforzi la luce/ Come le mosche si bagnano nel miele/ così nel mio essere
la forza e l'acutezza/ il vigore e la possanza siano affermati/ O signore
dello splendore/ spandi su di me il succo delle api ..."
Il simbolismo e
il culto dell'orso sono ampliamente riscontrabili anche tra gli antichi
popoli dell'America del Nord.
Gli sciamani
delle tribù Sioux, ad esempio, nei loro canti sostenevano che l'orso si
sarebbe ricordato di tutto, sarebbe stato "l'orecchio (memoria)
della Terra".
Sotto tale
aspetto, l'orso fu considerato uno dei tanti spiriti naturali aleggianti
tra gli alberi delle foreste.
Probabilmente per
questa sua mitica caratteristica, essi non lo nominavano direttamente, ma
lo indicavano con affettuosi soprannomi: "nonno", "zio" e
"fratello maggiore", oppure "grande vecchio", "vecchio nero" e
"comandante della foresta".
Gli indiani
Uroni, invece, consideravano l'orso un animale particolarmente influente
nella magia naturale.
Grandissima
importanza nelle operazioni magiche era, infatti, attribuita a parti del
suo corpo come le zampe, gli artigli e i denti.
Il suo osso
scapolare, infisso all'ingresso d’ogni kepì, era creduto un potentissimo
talismano contro gli spiriti maligni.
Per gli "uomini
di medicina" del popolo degli Algolki era fatto obbligo vestirsi soltanto
delle pelli degli orsi.
Era loro
credenza, infatti, che solo con questi primitivi indumenti essi avrebbero
potuto curare le malattie e ottenere il favore degli spiriti della natura.
Per gli indiani
Seminole, i denti e gli artigli triturati dell'orso avrebbero prevenuto e
curato le infezioni intestinali del bestiame, mentre tra i Moehacan
portare sulle spalle la carcassa dell’orso, sarebbe stata garanzia di
un'ottima caccia.
Presso gli
indiani Pueblos, era tradizione dedicare un focolare allo "spirito
dell'orso", dove le donne dovevano spandere acqua a conclusione di riti
magici propiziatori a favore della caccia o degli scontri armati con le
tribù nemiche.
Presso il popolo
Navajo lo spirito dell'orso era invocato come testimone di giuramenti
solenni. In più iscrizioni rupestri sono leggibili queste frasi: "che
la tempesta magica dell'orso mi divori se non manterrò il patto",
oppure: "che lo spirito dell'orso sia testimone che non sono
colpevole". Il dato curioso è che simile attribuzione ursina era
conosciuta anche presso i popoli tartari dell'Altai.
Le popolazioni
eschimesi, infine, considerano tutt'oggi di malaugurio calpestare le orme
sulla neve degli orsi.
Credono, infatti,
che cancellarne le impronte costituisca una grandissima offesa per
l'animale che, dal canto suo, reagirebbe magicamente apportando malattie
non solo alla famiglia di chi le avesse calpestate, ma persino a tutti i
componenti del clan di appartenenza.
Il simbolismo
dell'orso fu presente anche nelle tradizioni magiche di certe antiche
popolazioni asiatiche. Il popolo Aniu, stanziato principalmente nell'isola
di Hokkaido, in Giappone, credevano che l'orso fosse stato una divinità
della montagna, meglio ancora la reincarnazione della loro massima
divinità, Hoka.
All'animale era
dedicata una festa specifica nella prima metà di dicembre, detta "Kamui
Omate", nel corso della quale si svolgevano riti magico-religiosi ben
precisi al fine di propiziarsi la sua protezione.
La divinità-orso
discesa sulla terra, sarebbe stata accolta, appunto, con festeggiamenti
dagli uomini, ed avrebbe lasciato importanti doni per poi ritornare sui
monti, nella sfera del divino.
In certe regioni
della Cina, nell'antico Catai, l'orso fu considerato ugualmente connesso
alle divinità montane.
Avrebbe
incarnato, inoltre, il principio maschile della natura e la sua
apparizione nei villaggi avrebbe annunciato la nascita di maschi, sia
nelle comunità umane che nel bestiame.
Una delle massime
divinità cataiche, Yu-Bin, l'organizzatore del mondo", avrebbe
assunto spesso le sembianze di un orso per comunicare ai suoi devoti la
propria volontà.
L'orso fu altresì
considerato come l'elemento maschile nello "yin-yang", contrapposto alla
figura femminile del serpente.
Nell’arcaica
religione indù, invece, l'orso (kshatriya) fu in sostanza considerato come
uno degli animali "architetti del cosmo".
Sarebbe stata la
cavalcatura preferita della yogini Ritsamada, che avrebbe avuto la
funzione anche di portare nella volta celeste il sole ogni giorno.
Pertanto, in
queste culture all'animale fu spesso riservato l'appellativo di
"conduttore del sole" e, per estensione concettuale, di “portatore di
fertilità”.
All'orso sono
stati attribuiti significati anche in ambito astronomico.
La costellazione,
dell' "Orsa Maggiore" (Grande Carro), è composta di sette stelle
splendenti.
Secondo le
credenze magiche dei popoli dell'Europa centrale, le stelle sarebbero la
sede d’altrettanti spiriti planetari (cfr. le concezioni
magico-mitologiche agrippiane, XV-XVI secolo) che avrebbero presieduto
alla saggezza umana e alla sapienza primordiale.
L'Orsa Maggiore
sarebbe stata, dunque, al tempo stesso dimora di divinità e centro della
conoscenza divina.
Tali concezioni
sono riscontrabili nelle antichissime tradizioni astrologiche mazdee e
persiane. Qui, i sette astri corrispondono ognuno agli orifizi del corpo e
ai sette punti vitali del cuore.
Quest'ultimo
organo fu sostanzialmente identificato con tale costellazione. Anche nel
libro dell"Apocalisse" di Giovanni, il Cristo del "nuovo avvento"
tiene nella mano destra le sette stelle dell'"Orsa Maggiore".
In seno a certe
conoscenze esoteriche di marca teosofica, infine, l'Orsa Maggiore fu
indicata come elemento di meditazione e di contemplazione spirituale.
Secondo tali
teorie, la costellazione sarebbe idealmente perpendicolare al centro della
testa dell'uomo, e la sua visualizzazione sarebbe elemento basilare nelle
pratiche iniziatiche d’unificazione dello spirito con la centralità
divina.
Concludiamo la
disamina simbolistica sull'orso riportando per sommi capi un racconto ben
conosciuto nell'Italia centrale nel XIII secolo.
"Avvenne che
un'orso dal pelo nerissimo si fosse aggirato nei territori sottoposti ad
un duca crudele, seminando terrore non solo tra la gente di campagna, ma
anche nelle persone abitanti nei paesi.
Per catturarlo
si erano mobilitati da molti anni valenti cacciatori e prodi cavalieri,
attirati soprattutto dalla lauta ricompensa che il signorotto aveva
promesso a chi gli avesse portato ancora grondante di sangue la testa
della bestia.
Ma tutto era
stato inutile. L'animale continuava a percorrere le campagne facendo
strage del bestiame e dei frutti degli alberi. Un giorno, mentre la
soavissima figlia del duca stava passeggiando nel giardino del castello
paterno in compagnia di due giovani serventi, d'improvviso sbucò fuori
dagli alberi il feroce animale.
Le due ancelle
fuggirono gridando, impaurite dall'aspetto dell'orso.
Ma la
giovinetta si drizzò davanti all'orso con coraggio e disse: "Se vuoi
sbranare questo corpo vieni pure, ma se anche tu sei un fedele di Gesù
Cristo Nostro Signore, vattene da me e non procurare più tormenti a coloro
che credono in lui!"
A queste
parole la bestia si fermò di colpo. Guardò stupito la fanciulla e come per
miracolo le disse: "Basterebbe un tuo soavissimo bacio per fermare la mia
ira e ridiventare quello che io sono in realtà!"
La fanciulla,
stupita e commossa, si avvicinò all'orso e con un forte abbraccio lo baciò
dolcemente.
La bestia
emise un fortissimo grido, mentre la sua pelliccia per incanto si sciolse
come la neve al sole. Ed apparve di fronte alla fanciulla un giovane bello
e dai capelli biondi, vestito di un'armatura di colore rosso scintillante.
Tra i due sbocciò un amore improvviso, un sentimento che sconfisse ed
annullò gli effetti di un malefico sortilegio perpetrato sul giovane.
In effetti
questo era figlio di re, condannato da una perfida maga a vivere sotto
bestiali sembianze, finché l'amore disinteressato di una vergine devota
non l'avesse redento."