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Nel secondo
significato, invece, il cavallo diviene animale ctonio,
tenebroso e lunare.
E' il mezzo di
trasporto delle anime dei morti nell'Ade greco, negli
Inferi, nella profondità delle viscere della terra.
E' alleato primario
delle divinità del sonno eterno.
Sotto tale aspetto,
fa testo la tradizione della cosiddetta "caccia
selvaggia", protrattasi nell'Europa occidentale per
tutto il corso del Medioevo, che vuole i demoni - anche
la dea Diana o il dio nordico Odino - cavalcare di notte
feroci e demoniaci destrieri a caccia di anime da rapire
per poi scagliarle nel più profondo inferno.
Nondimeno il cavallo
nelle antiche tradizioni, non fu considerato un animale
come gli altri e la sua vita - o il suo destino - fu
percepita come inseparabile da quella dell'uomo.
Ne farebbero testo le
usanze, spesso praticate sia dai popoli orientali
(Cinesi, Tartari, Mongoli, Persiani) che europei
(Vichinghi, Galli e Germani in genere), di seppellire il
cavallo insieme al padrone defunto.
Infatti, tra il
cavallo e l'uomo s’instaura un particolare rapporto di
simbiosi, fonte d’armonia o di conflitto.
In tema di simbolismo
psichico, tale rapporto si riflette nella sfera mentale.
Si potrebbe dire che
di giorno il cavallo è diretto dall'uomo che lo cavalca
verso gli scopi prefissi, ma di notte sarebbe l'animale
a diventare la guida del cavaliere i cui occhi sono
ciechi nelle tenebre e solo il cavallo potrebbe
procedere attraverso l'oscurità del mistero
inaccessibile alla ragione.
Ma se cavaliere e
cavallo sono in conflitto, allora il procedere insieme
potrebbe condurre fino alla follia, all’insensatezza e
alla morte.
Difatti, tutte le
tradizioni ed i miti che hanno per oggetto il cavallo,
esprimono sostanzialmente le innumerevoli possibilità
del rapporto tra l'uomo e quest’animale.
Persino gli eventi
che hanno caratterizzato per secoli e secoli la storia
dell'uomo, hanno avuto quasi costantemente come
protagonista il cavallo.
Le guerre e le
battaglie, il trasporto e l'alimentazione, l'istituzione
d’ordini religiosi e l'economia, l'arte e la medicina,
il lavoro e quanto è stato punto-chiave dell'esistenza
umana, lo ha avuto come attore comprimario, come a
sottolineare un rapporto millenario che, siamo convinti
ha oltrepassato di gran lunga la semplice utilizzazione
pratica.
La simbiosi tra
l'uomo e il cavallo si concretizzò, già in epoca
greco-classica, nel mito dei Centauri.
Esseri con la testa,
busto e braccia umane ed il resto del corpo
completamente equino, i Centauri abitavano con le
proprie femmine e i loro figli nelle foreste poste alle
pendici dei monti.
Si nutrivano di carne
cruda ed erano inclini a rapire e ad abusare con
violenza delle donne.
Sotto tale aspetto, i
Centauri avrebbero rappresentato il simbolo della parte
selvaggia dell'uomo.
Secondo una
tradizione mitologica più esauriente, i Centauri
sarebbero appartenuti a due categorie eticamente ben
distinte.
Una avrebbe
rappresentato la forza bruta e irrazionale per cui i
Centauri sarebbero stati originati dall'unione d’Issione
con una nuvola, l'altra invece avrebbe rappresentato la
forza benefica.
Secondo tale
tradizione i Centauri sarebbero nati dalle nozze tra
Cronos e la ninfa Filiria.
A quest'ultima razza
di Centauri apparteneva Chirone, già maestro d'armi e di
saggezza di Eracle, che avrebbe lasciato, perché ferito
mortalmente ed .intuendo terminata la propria missione
in seno alla collettività umana la propria immortalità
in eredità a Prometeo
Dal punto di vista
psicanalitico, il Centauro è il simbolo dell'inconscio
che diviene possessore della personalità di un uomo che
si abbandona quindi ad ogni impulso bestiale.
L'identificazione
dell'animale con l'uomo è presente nelle tradizioni di
molte popolazioni.
Il cavallo ebbe parte
integrante nei riti dionisiaci greci e mediorientali,
principalmente nelle liturgie che ebbero attinenza con
il concetto di possessione e di iniziazione.
Infatti, l'uomo,
caduto in trance estatica qui diviene egli stesso
cavallo attraverso un'opera medianica d’identificazione
psichica con l'animale e, come tale si comporta.
In altre situazioni
l'uomo era persino cavalcato da uno spirito, o da una
divinità.
In tema d’iniziazione
ai misteri cosmogonici, in tali tradizioni spesso i
neofiti furono chiamati "giovani cavalli", mentre gli
iniziatori alle dottrine erano identificati con il
termine di "allevatori" o di "mercanti di cavalli".
Se il cavallo
rappresentò le componenti animali dell'essere umano, ciò
fu anche dovuto alla natura dell'istinto equino che lo
fece sembrare dotato di poteri di veggenza - peraltro fu
molto sviluppata nei paesi del Levante, fino al IV
secolo, la pratica dell’"ippomanzia" (previsione del
futuro mediante il comportamento equino) - e mezzo
d’espressione delle divinità.
Alcune figure della
mitologia greco-classica, fra cui il cavallo-alato
Pegaso, rappresentarono non tanto la fusione del mondo
celeste e di quello sotterraneo, quanto la sublimazione
dall'uno all'altro.
Infatti, Pegaso, il
cavallo più noto della mitologia classica , fu eternato
come cavallo celeste - regge i fulmini di Zeus - ma fu
anche rappresentato con un'origine ctonia, essendo nato
dagli amori di Poseidone con una Gorgone.
In tal senso si
potrebbe affermare che il cavallo simboleggiò la
sublimazione dell'istinto umano e l’uomo in questo caso
non fu considerato un veggente, uno sciamano posseduto
dalla divinità, bensì un iniziato alla saggezza divina
la quale, attraverso lui a noi si manifesta.
Tuttavia,
l'iniziazione cavalleresca nell'Occidente medievale
presentò molteplici elementi d’analogia con le pratiche
magico-religiose classiche prima accennate: fu un
simbolo d’innalzamento verso Dio e, sostanzialmente, un
elemento d’elevazione spirituale.
Cavalli funerari e
cavalli celesti.
Le antiche tradizioni
dei popoli dell'Europa continentale hanno conservato,
nella letteratura e nel senso del magico della natura,
l'immagine del cavallo come animale dai poteri
misteriosi, poteri che suppliscono a quelli dell'uomo
quand’essi si arrestano particolarmente al momento della
morte.
In tal senso, si
ritrova il cavallo che svolge molteplici funzioni
peculiari degli sciamani, soprattutto grazie alla
credenza che l'animale fosse un profondo conoscitore
dell'Oltretomba.
In non poche
leggende, inoltre, il cavallo assunse la valenza della
manifestazione della morte, parimenti alla figura di una
tetra donna scheletrica che impugna la falce tipica
espressione nel folclore europeo.
Nondimeno "i cavalli
della morte", o "cavalli segnali di morte", sono
presenti anche nella mitologia celtico-irlandese e in
quella greco-mediterranea.
L'eroe irlandese
Conal Cernach possedeva un cavallo con la testa di cane,
detto "il rosso di rugiada", che appariva ai nemici
profetizzando loro la morte.
L'eroe dei Thuata,
Chuchullainn, aveva due cavalli magici, dal nome Grigio
di Macha e Nero nello Zoccolo, che versavano lacrime di
sangue quando il loro padrone era in procinto di
uccidere i nemici.
Presso quasi tutte le
popolazioni greche sognare un cavallo era presagio di
morte imminente di un famigliare prossimo.
La stessa divinità
Demetra fu spesso rappresentata con la testa di cavallo
e, in simile accezione, fu costantemente associata alle
Erinni terribili esecutrici di morte.
I "cavalli della
morte" furono rappresentati sempre di colore nero ed
identificati nella maggioranza dei casi con il demonio,
con un dannato o con l'anima sofferente di un
trapassato.
Nei racconti
comparvero anche cavalli "lividi", ovvero di colore
grigio-chiaro o argentato come uno spettro.
Questo colore è
quello del lutto, della sofferenza e della penitenza (cfr.
libri inerenti alla "Apocalisse" di Giovanni) e, secondo
la tradizione anglosassone e tedesca, è anche presagio
di morte drammatica ed imminente.
Nella Francia
medievale il cavallo livido era chiamato "albero della
morte".
La sua immagine fu
riprodotta mirabilmente in un'incisone di Albrecth Durér
dal titolo "Il cavaliere, la morte e il diavolo" nella
quale si ebbero riflesso gli incubi della tradizione
europea secolare in tema di cavalli mortuari.
Ma oltre al
significato funebre, il cavallo riveste anche il
simbolismo della forza e della potenza generatrice. In
proposito, il celebre antropologo Arthur Schroeder
riportò un rito praticato per secoli dai re irlandesi al
momento del loro insediamento sul trono. Il re si univa
carnalmente con una cavalla nera, la quale in seguito
era uccisa, la sua carne bollita e offerta in pasto ai
commensali di un ricco banchetto.
Successivamente il re
doveva immergersi nel brodo dell'animale bollito
contenuto in un calderone di colore bruno.
Il significato della
cerimonia, a detta di Schroeder, è la riproduzione
dell'unione ctonia-uranica della regalità: il re si
sostituisce alla divinità celeste per fecondare la
terra, qui allegorizzata dalla giumenta.
Con l'immersione nel
brodo, inoltre, si sarebbe operato il "regressum ad
uterum": il calderone avrebbe rappresentato l'utero
della madre-terra e il brodo le acque amniotiche.
Con questa cerimonia,
di carattere tipicamente iniziatico, il re dopo essere
entrato in contatto con i poteri più sottili e segreti
della terra madre risvegliati sotto le sembianze di una
cavalla nera, sarebbe rinato a nuova vita.
Il cavallo,
particolarmente nelle antiche tradizioni dei popoli
mediterranei, ascese, nelle valenze sia fisiche che
spirituali, anche a simbolo di giovinezza e di forza
generatrice,
La sua raffigurazione
assunse il valore sia ctonio che uranico, tellurico e
celeste insieme.
In tale senso
l'animale divenne simbolo di potenza sessuale.
Anche ora certi
termini come "puledro" o "giumenta" possono assumere un
significato erotico che ha la stessa ambiguità
linguistica del verbo "cavalcare".
Peraltro, come il
cavallo maschio ha rappresentato la forza sessuale
fecondante, l'istinto e lo spirito, la giumenta ha
incarnato il ruolo della terra-madre nella ierogamia
fondamentale cielo-terra che costantemente ha presieduto
alle tradizioni magico-religiose degli antichi popoli
del Mediterraneo dediti all’agricoltura.
La potenza virile
simboleggiata dal cavallo, si presenta anche nelle
cerimonie magico-religiose di natura guerresca. Ad
esempio, nell'antica Roma i cavalli destinati alla
guerra erano consacrati al dio Marte e a lui sacrificati
affinché il popolo fosse protetto dai flagelli naturali.
La coda dell’animale
era mozzata e infissa, insieme alla testa, sul portale
del tempio di Marte.
Il suo sangue, invece
era usato nei suffumigi degli armenti o, dopo essere
stato essiccato, come fertilizzante dei campi.
Il cavallo inoltre,
per la rapidità della sua corsa fu associato al tempo.
Fu connesso altresì
allo "spirito del grano" (cfr. teorie di James Frazer).
In quest'ultimo
significato, il ruolo dell'animale è stato documentato
in molte tradizioni dell'Europa continentale.
In Francia e in
Germania, ad esempio, fino a non molti anni fa era
usanza che nel tempo della mietitura il cavallo più
giovane di un paese fosse festeggiato con cure
particolari, affinché garantisse la nuova germinazione
del cereale.
In certi paesi
dell'Irlanda nord occidentale, ancor oggi persiste
l'usanza di gettare il simulacro di un cavallo sopra un
falò nel periodo della mietitura, affinché lo spirito
benefico del cavallo garantisca un raccolto abbondante
nell'anno successivo.
Considerato poi che
il cavallo poteva garantire la fertilità dei campi,
l'animale fu spesso associato anche all'elemento acqua.
Si riteneva che
avesse il potere di far sgorgare le sorgenti con un
colpo di zoccolo inferto contro la terra e che sapesse
individuare il percorso delle vene acquifere
sotterranee.
Lo stesso cavallo
Pegaso, secondo la mitologia greca, fece scaturire la
sorgente Ippocrene - la "sorgente del cavallo" - non
lontano da un bosco sacro alle Muse.
Ecco perché il
cavallo divenne una sorta d’epifania divina.
I cavalli trainano il
carro del sole, e all'astro sono consacrati.
Il cavallo diviene
l'attributo principale del dio Apollo, nella sua qualità
d’auriga della biga solare.
Nell’iconografia
classica dell'antica Grecia il carro del sole è tirato
da quattro destrieri bianchi, mentre quello della luna
da quattro buoi dal manto pezzato.
Anche nella Bibbia
sono contenuti riferimenti al carro del sole trainato da
quattro cavalli, così come il profeta Elia è rapito in
cielo su di un carro di fuoco portato in volo da quattro
destrieri dal colore dorato.
Un'immagine similare
è presente nell'antica letteratura induista ed in certe
tradizioni buddiste.
In quest'ultimo caso,
il cavallo è considerato sostanzialmente il simbolo dei
sensi umani relazionati allo spirito: questi
trascinerebbero caoticamente la mente dell'uomo qualora
non fossero guidati dal sè, ovvero dal "signore del
carro".
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