Nella
mitologia greca e latina
l’aquila è l’uccello sacro a
Zeus, dio del fulmine e delle
nuvole,
suo
attributo specifico ed è spesso
identificata con lo stesso padre
degli dèi.
Ritroviamo
l’Aquila in Cielo raffigurata
nella Costellazione e presentata
con le sue stelle in note
leggende.
L’identificazione dell’aquila
con le supreme divinità è
riscontrabile anche nelle
antiche tradizione degli indiani
d’America
Del resto,
proprio nel corso delle loro
danze rituali era operata
attraverso l’estasi religiosa la
personificazione tra i danzatori
e questo volatile, sia sotto il
profilo spirituale sia in quello
propriamente fisico.
Il
fischietto d’osso e il mitico
casco di penne d’aquila, il
leggendario “War bonnet”,
indicativo del massimo
riconoscimento a cui loro
aspiravano, .erano usati nella
propiziatoria e spesso
sciamanica, “danza del sole”.
comune a molte etnie pellerossa,
azteche e perfino nipponiche.
L’affinità
tra sole e aquila fu riproposta
altresì nella mitologia greca.
Qui fu
convinzione che quest’uccello,
partito dall’estremità del mondo,
si fosse fermato sulla verticale
dell’ omphalos di Delfi (zona
considerata solare per
eccellenza) per seguire poi la
traiettoria del sole (cfr.
astronomia “geocentrica”)
dal suo sorgere fino allo zenit,
tragitto che avrebbe coinciso
con l’estensione dell’asse del
mondo.
L’aquila
che, secondo le leggende,
sarebbe stata capace di fissare
la luce del sole, divenne
aforisma della percezione
diretta della conoscenza del
divino da parte dell’intelletto
umano.
Per
estensione concettuale, anche
simbolo della contemplazione e
dell’estasi e nel cristianesimo
primitivo. Si spiega in tal modo
l’attribuzione dell’uccello a
Giovanni Evangelista ed al suo
Vangelo.
In alcune
opere d’arte del primo Medioevo,
è visibile l’identificazione
dell’aquila con lo stesso Cristo
del quale ne rappresentò anche
l’ascensione al cielo e, quindi,
la regalità suprema. Secondo
tale interpretazione, tutto ciò
sarebbe una trasposizione del
simbolo romano dell’Impero,
emblema che sarà in seguito
assunto dai sovrani del Sacro
Romano Impero.
I mistici
medievali indulsero sul concetto
d’aquila per evocare la visione
di Dio, paragonando la loro
preghiera alle ali dell’uccello
regale.
Proseguendo
nell’osservazione, vediamo che
nel Medioevo l’aquila fu
equiparata al leone.
Nell’iconografia del periodo, le
sommità delle colonne, gli
obelischi furono spesso
sormontati dall’immagine di
un’aquila, a significare la
potenza spirituale più elevata,
la sovranità e l’eroismo e, in
generale, ogni virtù
trascendente.
Infatti, la
figura fu costantemente
identificata con il simbolismo
dell’ascesa spirituale, di una
comunicazione della terra con il
cielo. Non a caso gli angeli
avrebbero avuto le ali delle
aquile; anzi, in certe leggende,
i divini messaggeri e le aquile
furono identificati in un
processo di scambio reciproco di
ruoli.
Per esempio,
nell’“Apocalisse” di
Giovanni si legge, a proposito
dell’aspetto del quarto angelo,
che sarebbe stato come
“un’aquila in pieno volo.”.
Il
testo dello Pseudo Dionigi,
assai seguito dalla Scolastica
religiosa del Medioevo,
riportava che “…la figura
dell’aquila indica la regalità
angelica, la tensione degli
angeli verso le cime divine (…)
il vigore dello sguardo verso la
contemplazione di Dio, del sole
che moltiplica i suoi raggi
nello spirito …”
I
Salmi fecero dell’aquila un
emblema di rigenerazione
spirituale, al pari della figura
della fenice.
A
dire il vero tutte le tradizioni
mediterranee conferirono
all’uccello il potere della
rigenerazione fisica e
spirituale.
Un racconto
diffuso nei territori greci del
Peloponneso, affermava che
l’aquila sia stato l’unico
uccello capace di volare dal
mondo materiale a quello
soprannaturale.
Esso
avrebbe divorato il corpo degli
eroi moribondi per rifarne il
corpo nel proprio ventre prima
di rimetterli di nuovo nel mondo.
Fu questa
l’elaborazione mitica della
credenza arcaica che l’aquila
potesse condurre le anime dei
defunti nei “Campi Elisi”,
il paradiso della mitologia
greca e, dato che la
rigenerazione sotto certi
aspetti ebbe anche la valenza
d’illuminazione interiore, fu
considerata anche un simbolo
alchemico ed iniziatico.
In alchimia
sta a significare soprattutto il
passaggio della “materia
primordiale” attraverso il
fuoco e l’acqua.
Secondo il
punto di vista iniziatico,
invece, essa è l’immagine viva
della sovranità e del sacerdozio
nelle loro accezioni di “unificatori
dei ruoli” (cfr. la dottrina
romano-italica del “re-sacerdote”).
La figura
dell’aquila fu presente anche
nella prassi delle arti
divinatorie degli sciamani,
degli aruspici e degli indovini.
Secondo il
punto di vista sciamanico è uno
dei simboli della forza uranica,
e fu usato nelle forme della
magia cosiddetta “simpatica”
per propiziare “il volo”
dello sciamano verso altre
dimensioni della realtà e il
viaggio dello stesso nei recessi
dell’Oltretomba.
Si legge in
un poema estone del XIV secolo:
“ … lo sciamano danza a lungo/
cade a terra senza coscienza/ e
la sua anima è innalzata al
cielo/ in un carro trainato
dalle aquile …”
Sotto
quest’aspetto, l’uccello avrebbe
rivestito anche una funzione
tutelare non solo verso lo
sciamano, ma soprattutto nei
confronti di coloro che a lui si
sarebbero rivolti per aiuti
soprannaturali.
A questo
proposito, diventano di facile
interpretazione certe immagini
proprie dell’iconografia delle
popolazioni del Nord Europa in
altro modo incomprensibili,
nelle quali è riprodotta
un’aquila che spicca il volo dai
rami dell’albero cosmico
rovesciato portando tra gli
artigli figure umane in
preghiera.
Nella
mantica degli aruspici e degli
indovini italico-etruschi,
l’aquila divenne un segno di
prosperità e di favori divini.
Lo stesso
significato fu presente anche
nelle tradizioni del Galles e
dell’Irlanda meridionale.
In
particolare, nel testo di un
racconto anonimo irlandese sugli
“antenati del mondo”
dedicato all’eroe Tuan
MacCairrill, l’aquila è narrata
come un animale fausto per
l’uomo al pari del cervo, del
merlo e del salmone.
Con lo
stesso significato la si ritrova
nei racconti irlandesi di
“Mabinogi di Kulhwch e Olwen”
e “Mabinogi di Math”, nei
quali l’uccello è il latore
presso gli uomini dei messaggi
propizi delle divinità.
Nelle arti
divinatorie degli àuguri romani,
il volo delle aquile erano
interpretati per conoscere gli
umori e le decisioni degli dèi
nei confronti degli uomini o
verso particolari circostanze
sociali.
Nondimeno
in Roma l’aquila, come
similmente il corvo nella
civiltà germanica e nella
mitologia celtica in genere, fu
considerata come messaggera
delle volontà divine.
Tuttavia il
simbolismo dell’aquila comporta
anche un aspetto tellurico,
notturno e malvagio. Sono queste
le controparti negative d’ogni
cosa visibile e non visibile del
creato.
Nel
simbolismo generale di
quest’uccello, i suoi aspetti
negativi sorgerebbero solamente
dagli eccessi, per meglio dire,
quando le attribuzioni che
resero l’aquila un simbolo
d’essenza regale, solare e
divino si capovolgono,
trasformandosi nella crudeltà,
nell’orgoglio e nell’oppressione
perpetrata dai tiranni.
In sostanza,
nel suo lato negativo, l’aquila
simboleggia tutte le forme di
perversione del potere in egual
misura.
Come
animale tellurico l’aquila fu
assimilata ai felini notturni in
genere, a motivo dell’acutezza
della sua vista.
Questa
particolarità è ravvisabile
soprattutto nella mitologia
delle popolazioni mediorientali,
principalmente siriane ed egizie.
Spesso
nella relativa iconografia,
l’aquila fu raffigurata con due
o più teste.
L’immagine
compare sovente anche nei
blasoni delle casate nobili,
particolarmente ungheresi, russe
e germaniche.
Per
riportare solo alcuni esempi,
l’immagine compare sullo stemma
araldico della celebre famiglia
Von Krezsky dello Sleswig
Holstein (Germania), di quella
degli Ortoantorff della Baviera
settentrionale, di quella boema
degli Adler-Novitz.
L’aquila
bicipite comparve anche sullo
scudo da guerra d’alcuni
componenti degli Hoenstaufen, ed
in particolare su quello
dell’imperatore Federico II di
Svevia.
Raffigurazioni di un’aquila a
due teste furono presenti anche
in certi bassorilievi maya e nei
glossoglifi del così chiamato
“Codice Nuttal” azteco.

Si è
portati a pensare che
quest’aquila sia stata la
rappresentazione di una divinità
della vegetazione.
Generalmente, tuttavia, la
figura dell’aquila a più teste è
tipica dell’araldica imperiale.
La
duplicazione delle teste
esprimerebbe, più che la dualità
del concetto classico
dell’impero (potere temporale e
spirituale insieme), la
molteplicità dei territori sui
quali si estenderebbe l’impero.
Nello
stesso tempo, la pluralità delle
teste farebbe da rafforzativo
del simbolismo specifico
originario.
Come fu,
peraltro, nel caso
dell’iconografia zoomorfa
medievale, nella quale la figura
di più animali in un medesimo
contesto artistico fu voluta per
sottolineare l’apice massimo
delle valenze simboleggiate.
Secondo
James Frazer l’aquila
bicipite sarebbe un simbolo
d’origine ittita, ripreso nel
primo Medioevo dai Turchi
Selgiuchidi, a sua volta ripreso
dagli eserciti europei durante
le crociate in Medioriente e
trasmesso alla simbologia
militare imperiale dalle
popolazioni slave e germaniche.
Secondo
l’ottica psicanalitica, la
figura dell’aquila rappresenta
la paternità, la virilità ed
anche il collettivismo.
Carl Gustav
Jung vide nell’aquila un simbolo
di protezione e di laboriosità
dell’uomo verso il proprio
nucleo famigliare.
Lo studioso
d’antropologia applicata alla
psicologia e profondo
conoscitore delle tradizioni
religiose dei nativi del Nord
America, Hartley B. Alexander,
nel suo libro “I fondamenti
del rito”, ha sostenuto che
l’aquila sia uno dei maggiori
simboli-totem delle arcaiche
società patriarcali composte da
cacciatori nomadi, guerrieri o
esploratori.
La
stilizzazione grafica delle ali
distese in volo dell’aquila, ha
scritto Alexander, avrebbe
portato alla raffigurazione
della croce in tempi posteriori,
ed avrebbe assunto la valenza di
simbolo della terra in genere e
della fertilità del suolo.
Ed
ora, dopo avervi indicato di
questo stupendo rapace alcune
note naturalistiche,
nonché
molti espressioni che fanno
parte del mondo simbolico e
mitologico,
vi offro,
una breve favola nordica quella
di Kalevala.
“Nel tempo
più lontano che ci sia, quando
non era apparso ancora il sole,
né la luna, né le stelle, né la
terra, quando insomma non c'era
che l'aria, immensa, infinita, e
al di sotto di lei non c'era che
il mare, infinito anch'esso ed
immenso, la bella Fata della
Natura, la figlia dell'aria, si
stancò di tanta monotonia.
Scese giù
dalla sua casa tutta azzurra e
incominciò a vagare sul mare,
sfiorando con i piedi l'acqua
chiara giocava con la spuma e
con gli spruzzi salsi, scivolava
sulle creste dei marosi e
intrecciava corone d’alghe per
la sua testa bionda.
Ma poi
anche di questo si stancò; si
adagiò quindi sulle onde, poggiò
il capo sulla spuma bianca e
lasciò che i capelli si
sciogliessero e galleggiassero
tutt'intorno al suo viso.
Un dolce
sonno la prese, mentre il mare
la cullava e la trasportava
lievemente di qua, di là, piano
piano, senza svegliarla.
Quand'ecco
un'aquila enorme apparve nel
cielo, venuta di chissà dove, da
quali misteriosi confini
dell'aria.
Era stanca,
cercava un luogo dove posarsi;
agitava le ali, spossata; e a
quel battito di penne la dea si
svegliò.
Aprì i
grandi occhi azzurri, sollevò
lentamente un ginocchio fuori
dalle acque e l'aquila discese,
squassando le pesanti ali in un
ultimo sforzo e vi si posò.
A lungo la
Fata e l'aquila furono
sballottate dalle onde.
Sul
ginocchio della dea l'uccello
fece il suo nido, e vi depose
sei uova d'oro e un uovo di
ferro, e le covò.
Al quarto
giorno il calore delle uova
divenne così forte che la dea
non poté più sopportato.
Si mosse di
colpo ed ecco che le uova
rotolarono le une contro le
altre e s'infransero.
L'aquila
con un grido distese le larghe
ali e s'innalzò nell'aria.
Ma una cosa
meravigliosa accadde allora
nell'infinito universo.
I1 guscio
delle uova d'oro s’ingrandì, si
distese, formò la volta del
cielo e la superficie ricurva
della terra: i rossi tuorli
formarono gli astri, il sole, la
luna, le stelle; i piccoli
frammenti neri dell'uovo di
ferro si convertirono in nubi e
corsero rapide sui mari.
E il mondo
sorse così, per caso, mentre la
dea risplendeva nell'immensità
del creato.
Poi essa si
sollevò dalle acque, toccò con
le agili dita la terra molle e
formò i seni e le baie, calcò
con i piedi il suolo d'argilla e
formò i monti e le valli, si
adagiò al sole e con le braccia
distese formò le vaste pianure.
E là, dove
la dea aveva posato il capo, i
capelli grondanti formarono
laghi e fiumi e cascate
d'argento.
E dove la
Fata aveva poggiato i piedi
divini, sorse una ghirlanda
d’isole brune.
Così nacque la Finlandia, la
strana terra dai quarantamila
occhi azzurri, incoronata
d'isole e di scogli.”