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Chi
s’accontenta gode
e muore.
Chiodi di garofano e cannella
mi furono gettati negli occhi
e sul cervello.
Fate e alambicchi veloci
mi apparsero in un sogno mortale
che aprendo un cancello metallico
mi donò titolo di eroina.
Zingari con granelli nomadi
di saggezza disordinata
mi annullano il reale proiettando
una pellicola vietata ai minori
e agli estranei.
Morire e rivivere, per poi
lasciarsi annientare del tutto
consacrando un miracolo
dalle sembianze di sorprendente
fiaba, sperando in cara resurrezione,
è futile e ingenuo.
Chi s’accontenta gode, e muore,
muore di sera sotto a un portico,
in fondo alla via... muore
tra boschi di colori evanescenti
d’impazienza e distruzione
involontaria ma completa,
colpa di chi so io.
Colpa di chi s’accontenta,
accettando la morte, pur godendo,
colpa di chi s’annebbia la vista
sbarrando le palpebre tra nugoli
di insetti voraci rappresentanti
i mille pensieri e i maggiori ancora
timori giustificati, o paure spontanee.
Colpa mia.
L’appello più inutile, non risolve
la realtà funerea e colma
di schegge legnose che mi si conficcano
nelle unghie del cervello, incurante.
Dovunque io vada, una pagina linda
mi si stamperà sulla traccia del viso,
rispecchiando tresche di passato
interpreti di stato d’animo di chi gode,
destinato a morire. |