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Hai
mai camminato
“veramente” per le
strade del vecchio
borgo, amore mio?
Hai
mai guardato attraverso
il grigiore degli
edifici dai muri antichi
dove l’umidità e il
gelo tolgono il sonno? E
quel pezzetto di cielo
che si affaccia sulla
via, anche quando è di
un azzurro intenso,
inondato di sole, sembra
specchiare un po’ di
grigio anche lui.
Hai
mai sentito nelle narici
il profumo acido delle
minestre riscaldate
sulla stufa? Odore
d’aglio, di cavolo, di
verdure bollite che ti
ristagna addosso fino a
far parte di te? Là,
tra quei muri spessi,
attraversato l’androne
buio, là, oltre gli
scalini di pietra rosi
dal tempo, è la mia
casa. Una casa che non
avevo mai amato prima di
vederla coi tuoi occhi.
La nostra casa, adesso.
E anch’io adesso
l’amo finalmente la
vecchia casa della mia
infanzia, fatta, per me,
soltanto di solitudine e
povertà.
Ora
non più. Dalle finestre
guardiamo insieme, con
ammirato stupore, al di
là dei tetti rossi e
dei fumaioli pieni di
fuliggine, le montagne
azzurre e insieme
aspettiamo il sorgere
del sole che si sporge
come una palla infuocata
ai lati delle colline
evanescenti. Tu dici con
quel tuo sorriso che
adoro “è casa
nostra”.
Ma,
per me, dopo che mi hai
lasciato con un ultimo
abbraccio, le misere
cose hanno il
sopravvento.

La
vecchia casa mi
riavvolge come una
logora coperta, uno
scrigno pieno di tristi
segreti. La via torna ad
essere un imbuto scuro
simile a un formicaio
col suo vai e vieni
ininterrotto di gente
lacera. Dove vanno,
povere formiche? Che
fanno? Perché nel nero
cortile non giocano i
bambini, né si sente la
gaia voce delle donne ai
ballatoi? Dentro,
l’antico orologio a
pendolo batte la sua
ora. Un battito lungo,
uniforme, che ancora mi
fa rabbrividire.
Sulla
parete, ai piedi del
letto, c’è il grande
specchio dalla cornice
dorata, dove correvo,
bambina, a guardarmi le
mani. Volevo che mio
padre me le trovasse
pulite quando mi diceva:
“ vieni, ti porto con
me. Vuoi?” A questo
stesso specchio e alla
sua sincerità ricorro
ancora oggi, donna
ormai, a controllare il
mio aspetto perché tu
sia sempre contento di
me.
Mio
padre. Ho adorato mio
padre. E’ stato il mio
amore più grande. Più
grande di tutti, anche
di te. L’hai sempre
saputo e non me lo hai
mai rimproverato.
Eppure
io ti amo. Tanto. Da
sempre. Oggi assai di più
dell’ultima volta che
ho sentito sulla pelle
il calore dei tuoi baci.
Quanto tempo fa? Non so.
Forse è passato solo un
minuto che pare un
secolo, forse un secolo
fugace come un minuto.
Chi può dirlo? A volte
la tua assenza è così
lacerante che ne provo
un acuto dolore fisico,
proprio qui,
all’altezza del cuore
e il respiro si fa breve
e affannoso.
Sono
passati anni da allora?
Forse. Il tempo di cui
ti parlo si perde per me
nelle nebbie della
memoria. I colori degli
avvenimenti sono
sbiaditi e confusi.
Oppure tutto sta
accadendo adesso, amore
mio, ma è tanto più
grande di me che io lo
percepisco dilatato.
All’infinito. Ecco. Ti
ho accompagnato
all’automobile. Ci
siamo salutati con un
bacio. Quando ti rivedrò?
Non ce lo diciamo
mai.

Sono
di nuovo davanti al
portone di casa,
lentamente lo apro e poi
lo richiudo dietro di
me. E’ notte.
L’androne
è scarsamente
illuminato. Salgo la
scala quasi buia. Eppure
con te, pochi istanti
fa, la luce invadeva
ogni cosa.
Sono
arrivata.
Metto
la chiave nella toppa.
Entro.
La
paurosa sensazione di
non essere sola mi
assale all’improvviso.
Mi sento addosso uno
sguardo. Maligno,
intento, perverso come
solo può essere lo
sguardo di una donna.
Una nemica.
C’è
un’altra donna nella
mia casa. Una donna che,
se l’oscurità non
fosse così fitta, direi
ha il mio stesso
aspetto. Ma non riesco a
vedere bene…
Davanti
allo specchio arde solo
una candela dalla
fiammella tremolante e
fioca, quasi del tutto
consumata.

Lei
sta in piedi accanto al
letto con indosso una
camicia da notte sporca
e aperta e una
sottoveste scura.
Non
sembra sorpresa. Solo mi
guarda fissa, con gli
occhi sbarrati. Il
pendolo batte lentamente
dodici colpi.
Da
tutta la misera stanza (
ma è davvero casa mia?
Ti sei mai accorto tu di
quanto sia misera?)
emana un effluvio di
sudore e di grasso. Lei,
adesso, siede al bordo
del letto.
Al
buio.
Vedo
solamente il pallido
ovale del viso e, a
momenti, quando la
candela consunta arde
per un attimo, i grandi
occhi. Vorrei che tu
fossi ancora qui. Forse,
se corro, riuscirò a
raggiungerti in qualche
modo. Voglio, devo
andarmene. Così,
subito, al buio, senza
accendere la lampada.
Ma
la maniglia della porta
fa resistenza e
poi…questo dolore al
petto…Lei viene ad
aiutarmi…Quando è
successo?
Lì, proprio
vicino a me scivola. Io,
per sorreggerla, sono
costretta ad
abbracciarla. E lei si
stringe a me con tutte
le sue forze, fino a
togliermi il respiro.
Sento da vicino il suo
alito ardente. Mefitico
odore di melma
stagnante, di carne
corrotta… voglio
liberarmi.
Solo,
i suoi occhi sono così
fissi nei miei, come se
quello sguardo malvagio
tessesse una rete
invisibile intorno a me.
Mi
stringe ancora di più a
sé. Sempre di più. Mi
bacia a lungo sulle
labbra…
La
candela si spegne.
Quando
è avvenuto? Qualche
minuto o qualche secolo
fa? Non lo so dire.
So
solo che ora mi sento la
testa dolente, dolori
alla schiena e la bocca
amara.
Rivado
con disgusto a quel
bacio terrificante. Ho
provato ribrezzo ed
orrore…
Ma,
accanto a me, nel letto,
con la testa sul
cuscino, dorme lei.
Il
viso pallido ed
emaciato, il collo
raggrinzito e quel petto
che forse un tempo era
stato florido e che ora
pende miseramente ai
lati del busto, mi
terrorizzano.

Mi
alzo lentamente.
Quell’aria stantia mi
opprime. Mi guardo
intorno.
Il
tavolo e il pavimento
coperti da uno spesso
strato di polvere, la
logora poltrona, le
tende strappate in più
punti, i vetri che hanno
dimenticato la
trasparenza, tutto,
insomma, dà
un’impressione
spaventosa di
deperimento e di morte.
E’ quella, davvero,
casa nostra? E tu dove
sei, amore mio? Dove il
calore delle tue mani,
la luce del tuo sorriso,
la carezza della tua
voce?
Ma
ecco che si risveglia.
Quasi addormentata
poggia una mano sulla
mia spalla. Osservo
questa mano.
Le
dita corte, ossute, con
le unghie larghe,
rosicchiate e sporche, i
polpastrelli scuri…
Tutto
ciò mi spaventa. Salto
su, spalanco la porta e
corro a perdifiato per
tutte e tre le rampe di
scale. Fino a che mi
calmo un poco, poi torno
a casa.
Ma
la mia ospite non c’è
più.
Posso
addormentarmi più
tranquilla, ora. O forse
no.
Nel
dormiveglia mi sembra
che la mia porta venga
improvvisamente aperta.
Un
corpo
si stringe a me.
E’ lei. Avvinghiata
alla mia persona.
Ripetutamente
cerco di mandarla via,
ma lei mi guarda con i
suoi grandi occhi e le
parole mi muoiono sulle
labbra.
Non
ti so dire, amore mio,
quale sofferenza mi
provoca sentirmi accanto
le fredde membra di
questo essere, di questa
brutta donna
precocemente invecchiata
e che pure tanto mi
somiglia…
Mi
sta vicina senza dire
una parola, tenendosi
premuta una mano sul
cuore, con aria stanca,
come se continuare a
vivere le costasse una
enorme fatica…
E’
una figura misera. Tra
le spalle appuntite,
coperte adesso da un
cappotto nero tutto
consumato che arriva fin
quasi a terra, spunta la
testa su cui si notano
prima il naso lungo e un
po’ gobbo e poi le
guance incavate.
Le
labbra sottili e senza
colore, lievemente
socchiuse, mostrano i
denti sporchi e guasti.
Il mento è spinto in
avanti, sporgente. In
quel volto soltanto gli
occhi sembrano dire
qualcosa. Non che siano
belli, ma sono grandi e
verdi, anche se privi di
splendore.
I
pochi capelli rimasti
sono grigi, spettinati e
spenti, come tutto il
suo aspetto.
Ed
è il mio ritratto.
Eppure,
sono certa, tu non la
troveresti brutta.
“Non
può essere brutta se ti
somiglia anche solo un
po’. Tu sei
bellissima.” Mi
sussurreresti
all’orecchio,
amore mio, ed io ti
crederei, come a tutto
quello che dici.
Ma
tu non ci sei.
Lasci
che lei viva stretta a
me e non vieni a
liberarmi.
Eppure
basterebbe che tu le
gridassi: “Vattene,
spettro maledetto.
Allontana il tuo alito
di corruzione e di morte
dal mio amore.”
Lei
se ne andrebbe subito
perché ha paura di te
almeno tanta quanta io
ne ho di lei…

…Ma
tu non gridi…La tua
voce è solo un soffio
impercettibile. Nessuno
deve sentire.
Nessuno
deve sospettare che
questa è casa nostra e
che qui, al calore dei
tuoi baci, io non sento
più né freddo, né
angoscia, né dolore al
cuore.
Sì,
lo so, temiamo lo
scandalo, il giudizio
degli altri. Non per
noi, no, non per noi, ma
chi ci sta vicino non
deve soffrire. Il nostro
è un amore clandestino,
nato e cresciuto
nell’ombra. E’ il
nostro segreto, tanto più
segreto e tenace fino a
che saremo solo noi a
custodirlo.
Eppure
lei lo ha indovinato. E
sarà lei a urlare a
tutti la sua rabbia e il
suo disprezzo per la
felicità che tu ed io
conosciamo senza
dividerla con alcuno. Io
lo so. Sarà lei a
tradirci. Lei spezzerà
il nostro silenzio senza
dire una parola,
soltanto con quei suoi
occhi accusatori. Sento
questo pericolo che
incombe su di noi.
Per
questo devo cacciarla
dalla nostra casa, dalla
nostra vita.
Se
tu non hai il coraggio
di uccidere questo
essere malvagio (ma come
lo potresti se non lo
conosci?) lo farò io
per te.
Con
questo proposito,
stanotte, ti ho
accompagnato alla
macchina.
Poi,
dopo aver vagabondato un
po’ per le vie
deserte, ho accelerato
il passo e sono tornata
a casa. Albeggiava.
Davanti
al portone c’era un
po’ di gente. Uomini e
donne. Parlavano
sottovoce, rapidamente.
Mi sono fatta largo
senza complimenti. Poi
tre rampe di scale di
corsa senza fiatone.
Dovevo
andare da lei…dovevo
dirle…
Non
sapevo bene cosa dirle,
ma sentivo che al
momento giusto avrei
trovato le parole…
Anche
sulle scale c’era
gente. Non ci ho fatto
caso. Ho spalancato la
porta.
Lei
giaceva sulle grigie
lenzuola del letto con
la sola camicia da
notte. Accanto il
cappotto dall’aspetto
più misero di sempre.
La
testa rovesciata
all’indietro, gli
occhi chiusi, le braccia
inerti.
Il
suo corpo disfatto
esalava odore di morte.
Ero
terrorizzata. Eppure mi
sono sdraiata vicino a
lei, anzi, proprio al
suo posto.
Il
grande specchio dalla
cornice dorata mi
rimandava la mia
immagine riflessa.
Distesa nel letto con le
labbra aperte, le
palpebre rovesciate.
Ero
sola nella stanza. Il
sole freddo, splendente,
illuminò il tavolo
sporco, il bordo del
letto, lo specchio
e…me…
Il
mio viso aveva un colore
violaceo…
Poi,
improvvisamente, ti ho
visto.
Eri
così pallido, amore
mio… “Svegliati,
bambina” pregavi
“per favore
…svegliati!
Sono tornato per
restare. Sei tu
l’unica di cui mi
importi davvero. Non
lasciarmi adesso!”
mormoravi. Ti sei seduto
accanto a me. Hai
sollevato tra le tue una
delle mie mani
gelate…ma io non
sentivo calore.
Intorno
a me era buio. Buio…
Sempre
di più…
Giusi
Bonacina

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