In
più, fino a che ho compiuto tre anni, sono stata interamente coperta
dalla crosta lattea prima, e dalle dermatiti poi e non ero certo bella
da vedere.
Se,
ai giardini, un bambino accidentalmente mi si avvicinava, la sua mamma
solerte lo trascinava via quasi avessi la peste. Non l’avevo, ma
facevo schifo lo stesso. Lo sapevo e passavo intere giornate in totale
solitudine.
Quando
ero piccina nel cortile della casa dei nonni c’era, in un angolo, un
cumulo di grosse pietre. Io mi sedevo lì sopra nella bella stagione e
trascorrevo tutto il pomeriggio al sole. Sempre al sole, come adesso.
Aspettavo, come un piccolo cane fedele, raggomitolata col mento sulle
ginocchia, che vostro nonno tornasse dal lavoro.
Era
il tempo in cui la nonna mi cuciva i vestiti.
Si
faceva dare una mano da una nostra dirimpettaia che abitava di là dal
cortile. Si chiamava Pasquina e aveva fama di strega oltre che di sarta.
E’
morta da un pezzo, ma mi ha lasciato una eredità che non accenna a
morire. La passione per l’occulto.
Per
raggiungere la sua casa si salivano delle scale dai gradini sconnessi e
corrosi dal tempo e dall’umidità e talmente buie che non si
distinguevano neanche in pieno giorno. I muri erano sempre freddissimi e
bagnati. Io ci facevo scorrere sopra le mani e bevevo l’acqua del
tempo che mi restava sulle dita.
La
porta era completamente nera con un piccolo campanello che in origine
doveva essere stato bianco, ma che io ricordo di un colore tra il
marroncino e il giallo. Io
non suonavo mai. Era troppo in alto perché ci arrivassi.
Stavo
dietro la porta e aspettavo che si aprisse. Volete sapere cosa sia la
fede? E’ questa. La porta si apriva sempre. Era difettosa, ma io lo
ignoravo. Pensavo che fosse magica.
Rivelava
un corridoio scurissimo con una fila di manichini neri, maschili e
femminili.
Erano,
nella mia fantasia di allora, uomini e donne senza braccia, senza gambe
e soprattutto senza testa, giustiziati da un non sapevo bene quale
giudice spietato. Mi facevano paura così neri e mutilati, eppure mi
piaceva enormemente vederli. Mi emozionavo. Davo una occhiata
all’ingresso e poi correvo attraversando il corridoio con gli occhi
chiusi. La consideravo una prova di coraggio. Ero molto fiera del fatto
che, se l’invisibile giudice mi lasciava passare senza strapparmi né
una gamba né un braccio, voleva dire che ero buona e brava. Arrivavo
alla cieca e col cuore in gola nella fumosa cucina della Pasquina che
fungeva anche da laboratorio.
Qui
si tagliavano e confezionavano i vestiti. E qui ho imparato che cos’è
la civetteria.
Ne ho da vendere a sentire vostro padre.
Con
le pezze di stoffa che cadevano sotto il grande tavolo da lavoro passavo
i pomeriggi d’inverno. Bastava qualche ritaglio da trasformare in
manto e diventavo immediatamente una regina, una zingara, una gran dama
e mi piaceva da impazzire.
E
un’altra cosa mi piaceva da impazzire.
La
Pasquina aveva un cane. Dic. Era un vecchio cane pieno di acciacchi, ma
a me sembrava meraviglioso. Anche se non riuscivo a immaginarlo giovane.
Ero convinta che fosse nato già così. Stanco, brontolone e con
il pelo irto e rado da cui si vedeva in più punti il roseo della
pelle.
Si
muoveva lentamente e mal sopportava le mie effusioni. Quasi sempre
ringhiava, ma non mi ha mai morso. A suo modo mi faceva compagnia: lo adoravo.
Qualche
volta gli legavo una corda intorno al collo e lo facevo scendere in
cortile. Dovevo raccogliere l’erba da portare alla sua padrona. La
Pasquina la faceva essiccare al sole, la sminuzzava, l’avvolgeva in
carta di vecchi giornali e la fumava. Non si trattava della più nota
“erba” degli anni settanta e oltre. Era solo volgare erba di prato,
per di più stenta e impolverata. Semplicemente la Pasquina non aveva i
soldi per il tabacco.
Anni
dopo è morta per un cancro alla gola, detto del fumatore. Mi chiedo
adesso se la mia erba non abbia avuto delle responsabilità.
Dunque
la Pasquina faceva la sarta ma il suo atelier era frequentato da gente
così povera che i più la pagavano a piccole rate discontinue o non la
pagavano affatto.
Lei,
però, leggeva le carte. Non i tarocchi. Delle vere e proprie carte da
gioco. Ne aveva un mazzo di così vecchie e unte che scivolavano tra le
dita e lasciavano il nero. Qualche soldo lo raggranellava così.
Vendeva, per poco, parole che facevano bene e le donne (venivano a
consultarla solo donne) andavano via contente. L’amore nei suoi
oracoli trionfava sempre.
Anche
la fortuna, è ovvio, ma soprattutto l’amore. Non diceva mai quando,
però. Ma andava bene così.
E’
da lei che ho imparato i primi segreti delle mantiche e, soprattutto, a
non giudicare chi si fida e si affida a loro.
Andavo
volentieri dalla Pasquina.
Dalle
sue mani nere e fatate sono usciti i miei vestitini più belli, i miei
cappotti, i cappellini per le mie bambole.
Tutto
praticamente gratis, visto che di soldi ne giravano pochissimi anche a
casa nostra. Tutto dovuto al suo paziente lavoro di assemblaggio di
scampoli e ritagli.
Lei
era una donna bruttissima, ma io non sapevo se fosse un uomo o una donna
perché non si capiva bene.
Sempre
vestita di nero, aveva pochi capelli grigi spettinati e tanti peli sul
mento a formare una vera e propria barba lunga e molle. Denti neri e
radi, ma la bocca sempre aperta al sorriso.
Non
l’ho mai sentita sparlare di nessuno.
A
mio modo le volevo bene, ma avevo paura che mi baciasse e le stavo a una
discreta distanza.
Suo
marito, il vecchio signor Lino, che, come il Dic avrà forse conosciuto
la gioventù ma io me lo ricordo sempre vecchio, era altrettanto brutto.
Completamente
calvo e sdentato, parlando, sputacchiava. Non si capiva una parola di
quel che diceva a meno di non conoscerlo bene o di sapere in precedenza
quello che voleva dire. Aveva le tasche sempre piene di castagne secche.
Gli
piaceva sorprendermi. Mi arrivava alle spalle o si chinava sotto il
tavolo e mi diceva: “Che cosa ho in tasca?”
“Castagne!” rispondevo io fingendomi contentissima di avere
indovinato. “Brava! Allora sono tue:”
Ed
era più contento di me. Ma era impossibile sbagliare. Portava sempre e
solamente castagne. Le mangiavamo tutti. Anche il Dic.
Il
Dic era l’amore di tutti e due i coniugi che non avevano figli. Sono
convinta che i bocconi migliori della loro povera mensa andassero a lui,
a lui tutte le cure e le attenzioni. Lui ingrassava e ricambiava.
Quando
lo lasciavo in pace si sdraiava accanto alla porta e non si muoveva per
ore. Aspettava il suo padrone. Ogni tanto guaiva. Si sentiva solo. Come
me, quando non c’era mio padre. Io soffrivo terribilmente di gelosia.
Perché non gli bastavo?
Così
cercai di dimenticarlo e smisi di frequentare la casa dei manichini,
sorda ai richiami della Pasquina che mi invitava dalla finestra.
Cominciai
a parlare e gesticolare da sola.
Probabilmente
uno psicologo infantile lo avrebbe trovato del tutto normale. Avevo
cinque anni, l’età del compagno immaginario, ma mio padre e mia madre
si preoccuparono. Fu così che non andai dallo psicologo ma ebbi un
cane. Pucci.
Il
Pucci era l’ultimo nato di una cucciolata di cinque. Tutti orribili.
Lui,
più che un cane, sembrava un grosso topo di cloaca. Il dorso tutto
nero, rasato e grasso lo faceva simile a una specie di salsicciotto che
finiva da un lato in un codino lungo e sottile tipo serpe e dall’altro
in un musetto appuntito e baffuto. Orecchie sempre in movimento. Dentini
affilati e pronti al morso. Non ha morso mai, però, almeno noi di casa.
Era
un cane intrepido e battagliero. Qualche chilo di peso per venti
centimetri d’altezza di puro coraggio. Non era un cane casalingo. Non
fu mai il mio cane. E’ sempre stato il cane del nonno. Io non ero
gelosa, però.
Lo
accompagnava dappertutto. Faceva coscienziosamente la guardia alla casa,
alla macchina che, cadendo in pezzi non aveva affatto bisogno di guardia
perché nessuno si sarebbe mai sognato di rubarla, alle persone.
Io
avevo cominciato la scuola.
Ero
buona e diligente, ma non avevo mai tutto quello che serviva. Una
semplice scatola di matite colorate spesso rappresentava un problema per
le nostre finanze.
Mi
sentivo diversa e non legavo con le altre bambine.
Tornando
a casa chiedevo al nonno: “E’ vero che noi siamo poveri?”
“Per
niente!” rispondeva lui “Non vedi che casa grande che abbiamo?”
La
casa era grande, sì, ma senza bagno e, d’inverno, tutta gelata.
“Perché
dici così? Cosa ti viene in mente? Siamo ricchissimi. Abbiamo un
cane!”
Così
scoprii che avevo qualcosa di interessante da raccontare alle mie
compagne. E il Pucci fu il tramite ignaro del mio inserimento
scolastico.
Parlavo
sempre di lui, scrivevo di lui, imparavo a contare sulle sue zampe e
sulle sue dita. Lui lasciava fare con sufficienza. Qualche volta mi
leccava le mani, mosso a compassione dal mio impegno.
Erano
gli anni in cui scoprii che appartenevo ad una famiglia di sinistra.
Forse eravamo comunisti. Ma non tutti nello stesso modo.
Quasi
certamente l’intero quartiere nel quale abitavo e che voi conoscete
bene, era, a quel tempo, interamente di sinistra. Eravamo famiglie
operaie.
Pochi
soldi. Grande miseria. Ma, in casa mia, grazie a mio padre, anche grande
fantasia. Mi raccontava le favole prima di dormire proprio come ha fatto
con voi e giocava con me in ogni momento libero. La mia giornata si
colorava quando sentivo il suo passo per le scale o il suo lungo fischio
che mi chiamava. Ho amato mio padre più di tutti gli uomini della mia
vita. Più di vostro padre. Forse
di voi.
Anche
vostro nonno era un comunista.
Io
veramente a quel tempo non sapevo proprio cosa volesse dire. A mala pena
distinguevo la destra dalla sinistra delle mie mani. Però sentivo usare
spesso questa parola.
Il
primo di maggio i comunisti facevano festa.
Un
lungo corteo di uomini e di donne, ma soprattutto uomini, sfilava nella
nostra via.
Mio
padre non ha mai partecipato. Schivo e taciturno com’era detestava
ogni forma di esibizione. Però guardavamo insieme dalla finestra. Io
gli chiedevo: “Sono tutti comunisti?”
“No” rispondeva lui “sono tutti lavoratori. E’ lo
stesso.”
Mentre
scrivo e penso a mio padre mi raggiunge la voce del vostro, che suona
come la tromba del giudizio “Ma cosa fai lì con tutti quei gatti
addosso? Lo vedi che poi hai i vestiti tutti pieni di peli? In questa
casa non si sa più dove sedersi tanto è piena di peli. Ma buttale
fuori tutte queste bestie. Per cosa credi ti abbia comprato una casa col
giardino?”
Per
dovere di cronaca non viviamo in un serraglio. I gatti sono solo due e
due i cani, Spillo e Gurka, però è vero che mentre scrivo li ho
addosso tutti e quattro.
fine
primo capitolo