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Se
c’è una cosa che adoro di te, è la voce.
Credo
che niente sia così tuo come la tua voce.
Anche
al telefono. Soprattutto al telefono. Tu diventi la tua voce.
Quel
modo tutto speciale che hai di pronunciare il mio nome sussurrandolo tanto
velocemente che le vocali e le consonanti non si distinguono più, è la cosa più
cara che mi lasci.
Neanche
la tua presenza riesce a rimanere impressa con tanta forza nella mia mente.
Eppure
la tua voce è quasi cosa astratta, un soffio appena, esile e lieve come una
carezza. Non ti ho mai sentito usare un tono di voce alto o stridente, eppure,
come tutti, non sempre dici cose piacevoli.
Ricordo
una volta in cui mi chiamasti di notte. Era una cara abitudine che continuammo
per un po’. Poi, purtroppo, abbiamo smesso.

Stavamo
insieme da poco (ma siamo insieme noi?) e io ti amavo già. Però non volevo
pronunciare la parola amore, né la volevo sentire detta da te.
Troppo
impegnativa, pensavo, troppo pericolosa, troppo grande per due come noi. Eppure
sapevo che era già amore. Già da un pezzo. Almeno da parte mia. E quella notte
ero tanto emozionata che la cornetta mi scivolava nella mano. Stavo zitta zitta.
Ascoltavo te che parlavi. La tua voce era una musica dolce. Mia.
Io
pensavo che mi sarebbe piaciuto registrarti. Così. Per poterti riascoltare a
piacere e riprovare le stesse sensazioni ogni volta che avessi voluto.
Lo
penso ancora. A distanza di anni. Credo che sarebbe stato il modo migliore di
avere e conservare una lettera d'amore che non mi hai mai scritto.
Mi
parlasti di tutto. Come sempre. Ma, quella volta, dopo esserci detti buonanotte,
trascorso un intervallo di un paio di minuti, il telefono squillò di nuovo.
Sono ancora io, dicesti. Volevo dirti che…pausa e sospiro
d’imbarazzo…volevo dirti che ti amo.
E
fu amore. Ufficialmente. Anche se non lo dicemmo a nessuno.
E’
passato del tempo e ci amiamo ancora. Ancora di più, dici.
Ma
questa certezza di essere amata da te, che mi rende immensamente felice, si
trasforma in angoscia ogni volta che penso a lei.
Lei
è tua moglie. La madre dei tuoi figli. Verso la quale io provo dei sensi di
colpa così grandi che a volte mi chiedo se non sarebbe stato meglio non esserci
mai incontrati.
Non
sa di noi, non preoccuparti, mi dici convinto di rassicurarmi.
Scusami.
Non ci credo. Oppure c’è qualcosa di te che mi sfugge, che non capisco. Sai
fingere così bene? O ti riesce tanto facile nascondermi ai suoi occhi?
Non
può non essersi accorta che sei cambiato, non può non aver notato le tue
telefonate misteriose o i ritardi sempre più lunghi nel tornare a casa dopo il
lavoro. Non può non avere indovinato la presenza di un’altra donna per quanto
tu ti sforzi di sembrare, davanti a lei, il te stesso di sempre.
Sa
di noi, sono certa. O meglio, ha capito che hai un’amante (mi piacerebbe dire
un amore, ma ho sempre chiamato le cose col loro nome, mi pare più onesto) e si
ingegna di darmi un nome, un volto.
Pensa
che io sia una collega, credo. Io, al suo posto, penserei così.

I
mariti non hanno fantasia in queste cose. Si prendono la prima che ci sta o li
circonda di sorrisi non sempre disinteressati. Del resto è cosa nota. Le
colleghe trascorrono con gli uomini molte ore al giorno, molte più che una
moglie.
L’anno
scorso, in occasione del suo compleanno, mi raccontasti che ti chiese un regalo.
Quello che vuoi, mi dicesti di averle risposto. Io ho avuto paura che rivolesse
indietro suo marito. No. Invece ha voluto l’autoradio.
Sarebbe
meglio, molto meglio per tutti, se smettessimo di vederci. Un taglio netto e
basta. Finirla con questo gioco crudele.
Spesso
mi propongo di farti un bel discorso. Serio, assennato e definitivo.
Invece
poi non ne ho la forza.
Si
ha un bel ripromettersi di essere superiori. Chissà, forse è la nostra
condizione umana, no, meglio, animale, che ci trascina verso il basso.
Ma
ha senso sentirsi superiori o inferiori in amore?
E
dove sta l’alto? E dove il basso? Non so. Il disorientamento è totale.
Eppure
i miei dubbi scompaiono all’istante quando ti vedo, o anche solo quando sento
la tua voce.

Ecco.
Ci risiamo. La tua voce. Quella voce che è capace di darmi delle certezze anche
quando di certezze non c’è l’ombra.
Sarebbe
diverso se potessimo stare sempre insieme, credo. Io avrei la tua voce a portata
di mano e mi sentirei tranquilla, al sicuro.
Dovrò
davvero decidermi a girare con il registratore in tasca. E, sul nastro, incise
poche parole, magari senza senso, come sai dirle tu, in un soffio, sussurrate
nel confuso balbettio dei sentimenti. Incomprensibili. Dolcissime. Mie.
Se
almeno potessi parlarne con qualcuno, raccontare come mi sento ad un’amica,
forse il peso mi parrebbe meno gravoso. Invece no. Neanche questo. Il nostro è
un amore clandestino, totalmente sconosciuto agli altri.
Totalmente
nostro, correggi tu.
Eppure
la sai una cosa? Questa segretezza che lo rende unico e indivisibile a volte mi
fa dubitare della sua purezza.
Quanto
mi piacerebbe poterti amare alla luce del sole! Con tutte le conseguenze
negative che ne deriverebbero.
La
mia formazione laica, che devo a mio padre, mi induce a pensare che non esistono
atti impuri se non in funzione dei luoghi appartati dove nascondersi a
commetterli. E allora , se, come dici, l’amore nobilita e rende puri, perché
noi cerchiamo sempre solo luoghi appartati?
Forse
la cosa migliore che potrei fare per noi sarebbe quella di sparire dalla tua
vita. Uscire dalla scena senza far rumore. Credimi. Sarebbe l’unico modo per
risolvere dignitosamente una situazione senza via d’uscita.
Del
resto non credo che sarò capace di continuare in questo modo ancora per molto.
Una decisione dovrò pur prenderla. E tanto più giusta quanto più dolorosa.
Se
ci penso mi sento tanto triste.

Vedo
passarmi davanti, in un lampo, tutta la nostra storia.
E,
alla mia immagine, si sovrappone quella di un’altra donna. La donna che ha il
grande privilegio di essere l’unica a poterti stare vicino senza doversi
nascondere.
Mi
tornano in mente, forti e struggenti, le frasi che usi per me con tutta la
tenerezza di cui sei capace. Chissà se le avevi già dette a lei in un tempo
che sembra infinitamente lontano. Chissà se, cancellata la mia persona,
potresti ripeterle ancora al suo orecchio. E chissà se con lo stesso
sentimento.
Ed
è già rimpianto.
Poi,
d’improvviso, il suono del telefono.
La
tua voce.
“Non
mi sento bene, tesoro. Esco adesso dal lavoro. Potresti venire a prendermi?”
Ed
io, perdonami, sono stata contenta, troppo contenta di averti sentito per
preoccuparmi della tua salute.
Ci
ho pensato, naturalmente, ma solo dopo.
Ero
troppo felice di non dover essere più sicura della mia decisione.
Seguivo
istintivamente la tua voce.
Sono
salita in macchina e sono corsa da te.

L’ho
visto subito dalla faccia che non stavi bene.
Credo
di avere la febbre, grazie per essere venuta mi hai detto.
Eri
pallidissimo. Una goccia di sudore freddo che avrei voluto asciugare subito con
un bacio ti imperlava la fronte e i brividi ti scuotevano.
Sono
riuscita a non farti nemmeno una carezza, ma, ti assicuro, che fatica!
Comunque
non mi è stato possibile conservare un’aria sufficiente e distaccata come mi
ero riproposta.
Credevo
che sarei stata più abile. Non so cosa dirti. Non ce l’ho fatta a trattarti
freddamente.
Avevi
uno sguardo supplichevole e tenero che non ti conoscevo.
Io
guidavo nel traffico della prima sera guardando la strada e te
contemporaneamente.
A
un tratto hai tirato fuori dalla tasca una mano grande, di uomo, e mi hai fatto
una carezza su un ginocchio. E’ stata una carezza lieve, furtiva, rapidissima.
Eh, già. Qualcuno che ti conosce, passando, avrebbe potuto vederci.
Invece,
del tutto inaspettatamente, mi hai appoggiato la testa sulla spalla.
“Ti
amo tanto, piccina” mi hai detto “non so come farei senza di te.”

Ecco
la tua voce. Ecco l’unica certezza che mi dai. Ma si tratta davvero di una
certezza? Non so.
So
solo che di tutti i miei buoni propositi, di tutte le mie sagge decisioni, di
tutti i miei discorsi assennati, non ti parlerò, almeno per oggi.
E,
quasi sicuramente, neanche domani.
Giusi
Bonacina


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