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Mentre
sto scrivendo, d’un tratto alzo lo sguardo e contemplo davanti a me soltanto
cemento e mucchi di terra, gli alberi di fronte alla finestra sono alquanto
contusi e impoveriti per i ripetuti passaggi dell’escavatore, di erba non c’è
più traccia, soltanto qua e là qualche chiazza punteggiata di sparute
margherite e violette.
Ormai
è aprile inoltrato e gli uccellini cinguettano ugualmente, però si sono tutti
rifugiati sulle cime degli alberi più lontani.
La
ristrutturazione della casa ha letteralmente distrutto il mio ex giardino, la
mia oasi privata, e da troppo tempo mai goduta come meritava: mi sento in colpa
verso gli alberi sacrificati al passaggio dei mezzi meccanici e per quelli,
zollati alla meno peggio e pateticamente in fiore, ancora addossati al bordo del
prato.
Sono
lì abbandonati mezzo capovolti, e, con l’approssimarsi dell’estate, in
pericolo di defunzione se non si ripristina in fretta, almeno alla bell’e
meglio, il piano dell’ex prato.
Anche
i cani, poverini, passano quasi tutta la giornata in un recinto, perché il
cancello rimane aperto, il gatto non può più passeggiare nemmeno sul tetto,
anch’esso in ricostruzione, e io resto qui a far da portinaia ai vari operai,
non sempre purtroppo molto puntuali.
E
così mi metto a pensare al perché ho voluto tutto questo, d’altra parte è
meglio che smetta di rimpiangere l’entusiasmo e la spinta iniziali, quando
neanche un anno fa mi ero accinta all’impresa: sarà colpa del rumore dei
trapani, del disagio per le presenze estranee, della polvere, o anche del dover
constatare che tante cose, anch’esse da ricostruire, da allora non sono per
nulla andate nel verso giusto.
Forse
è stato frutto di grande presunzione voler rinnovare, abbellire, ampliare una
casa da cui con tutta probabilità finirò col dovermi allontanare: mentre avrei
voluto affettuosamente salvare tutte le memorie legate a questo luogo e
procurare, per noi che ancora l’abitiamo, maggior tranquillità.
Ma
per ora ho soltanto distrutto il prato, l’arco di roselline gialle, che tanto
piacevano a mia madre, non esiste più, e mi è difficile in queste condizioni
immaginare lei mentre le guarda, incantata dalla loro bellezza: quel che mi
stupisce è che quasi tutti qui intorno hanno pure loro mezzo distrutto i loro
giardini per ristrutturare le loro case e probabilmente non solo quelle.
Io
conosco molto poco i miei vicini, qui, e non solo qui, usa così, al massimo
saluti formali e ognuno a casa sua, ma quando li incontro mi sembrano, almeno
apparentemente, molto convinti e orgogliosi delle loro iniziative: forse è
meglio che mi ricordi sempre che “tùtt i cà in fai de sass e g’han tùtt i
so fracas”, (tutte le case sono fatte di sassi ed ognuno ha i suoi fracassi
– proverbio lombardo) quindi, o sono tutti molto presuntuosi, oppure forse,
semplicemente ci vogliono più pazienza e più ottimismo di quanto non abbia io
in questo momento.
Meglio
non rinnegare mai una scelta
scaturita soprattutto dall’amore, quanto al futuro si vedrà, l’incanto
potrebbe tornare, l’erba potrebbe ricrescere anche più verde di prima, gli
alberi che si sono salvati rimarginare le ferite, continuando a vivere accanto
ad altri nuovi, più giovani e sani.
Potrei
cercare un’altra pianta di roselline gialle con cui riformare un bell’arco e
allora mia madre ricomincerebbe ad aggirarsi, in un prato nuovamente incantato,
contenta nel vedermi ancora qui, finalmente serena.
Ione
Vernazza
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