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le peppe nuove - pag. 2
E così Riccioli d’oro si
perde ad immaginare che spesso quegli angeli si diano delle grosse zuccate se
nessuno li dirige, e ride dentro di sé, finalmente ha trovato qualcosa di
divertente cui pensare. I due continuano a parlare, si sono alzati e si sono
diretti ad un tavolo con tanti fogli sopra, aprono dei registri, tracciano segni
con matitoni metà rossi e metà blu, dividono gli incartamenti; sembra proprio
che non si ricordino più di lei, che, sparita la testa di quel signore che la
madre chiama riverentemente signor preside, vede, esattamente dietro la grande
seggiola coi braccioli su cui lui era seduto, la cima di un grosso mappamondo,
evidentemente appoggiato a terra. Così, quatta quatta, si lascia scivolare
adagio dalla sedia, aggira il tavolo e si trova davanti al globo più bello che
abbia mai visto, un po' scolorito, ma tanto più imponente di quello piccolino
piccolino che la madre si era decisa a comprarle dal cartolaio della via in cui
abitano. Il suo è sorretto da un sostegno di plastica bianca, quello invece ha
un piedistallo maestoso, tutto di legno e metallo, e la bimba decide di provare
a farlo girare, almeno un po', mentre un sottile scricchiolìo comincia a
serpeggiare nell'ambiente. Professoressa e preside si girano di scatto, la
piccola, nascosta dal mappamondo, non li può vedere, però dall’improvviso
silenzio intuisce che di sicuro si sono accorti che lei non è più sulla
seggiola, adesso resta da vedere cosa succede; poi, siccome non è un tipo
paziente, non riesce a trattenersi dallo sporgere la testolina per spiarli, e
così incontra i loro sguardi, proprio buffi. Non si capisce se siano arrabbiati
o preoccupati e Riccioli d’oro decide che è ora di smetterla di fare tutto
quello che vogliono loro, così, tutta impettita, si avvia nella loro direzione.
Qualcosa di quella grande casa così stramba non le piace, c'è troppa tristezza
in quella stanza, da qualche spezzone di discorso ha afferrato che un tempo
quell'edificio era un monastero di clausura, mentre oggi è una scuola; adesso
comprende il perché delle finestre strane e stanche e delle scale scavate nel
mezzo. Così si piazza davanti a quel vecchio signore, e, con una risata
argentina, alza con grazia un piedino, poi gli dice festosa : " Guarda, guarda
le peppe nuove! ".
Lui prima rimane stupito,
poi si dimentica del suo ruolo e sorride come farebbe un vero nonno, infine ride
liberamente, mentre la sua risata profonda echeggia sotto le ampie volte e si
propaga nel cortile deserto; meravigliate, alcune donne si affacciano alla porta
e vista la scenetta si mettono a ridere anche loro, una in particolare emette
una risatina stridula che rimbomba ridicola a coprire le altre.
Adesso anche la madre non
è più imbarazzata, non deve temere osservazioni dal superiore, nè critiche dalle
segretarie, e dal niente, in quella antica prigione col sole ormai al tramonto,
quella piccola bimba compie un miracolo: anche gli angeli incollati sul soffitto
sembrano chinare lo sguardo, prima perso nel vuoto, su quel cherubino vero
saltellante sul pavimento. La bimba continua a ridere felice del sorriso della
mamma, del consenso delle altre persone, che l'hanno vista mostrare con allegria
le belle scarpette bianche con tanto di farfalline traforate somiglianti al suo
fiocco: le guance paffutelle sono abbellite da morbide fossette che si
accentuano nel fluire della risata.
Poi, pian piano, intanto
che tutti quanti sembrano allegri, stranamente, per la prima volta, Riccioli
d'oro si sente sola, piccolo clown alla corte del re; quella signora non è
soltanto la sua mamma, è un'altra persona molto preoccupata per altre cose, non
pensa unicamente a lei come aveva finora creduto: quel finto nonno è un vecchio
troppo occupato in faccende che forse non sono così importanti, e tutte quelle
signore sembrano tante scimmiette….. quasi quasi oramai, se potesse, si
aggirerebbe senza paura per tutto quel vasto palazzo, dietro quelle mutevoli
finestre, per sentire se altre risate sono risuonate lì dentro, e non quelle
capricciose e manierate delle studentesse di oggi , ma altre, più antiche, forse
più sincere, ormai dimenticate.
Una piccola ruga le solca
per un attimo la fresca fronte spaziosa occupata da pensieri troppo grevi per
lei, la piccola riprende a pensare alle sue scarpette nuove, a quanti passi
potranno sopportare, poi a quanti passi lei dovrà compiere man mano che
crescerà, con altre peppe più grandi e magari non sempre così belle,
addirittura coi tacchi alti, come quelli su cui fuori di casa caracolla sua
madre; la risata le si sta definitivamente spegnendo in gola, ma poi incontra
gli occhi della mamma. Sono ancora più grandi e luminosi di prima, sembrano aver
intuito l'improvviso disagio della figlia, che li sente straordinariamente
vicini ed affettuosi, quelli di sempre, a parte i rari momenti di tempesta,
spesso fin troppo giustificata. Per fortuna c'è lei, la bimba le corre
incontro, le afferra con le manine l’ampia gonna nascondendo la testa dentro le
pieghe della stoffa, e pensa con sollievo che quella giovane signora è lì, la
può toccare e vedere, si rincuora e si rasserena; intanto qualcosa, dentro, da
quel momento le fa intuire che quella presenza, anche imperfetta, è quanto di
più bello probabilmente la vita le potrà mai realmente concedere. Il colloquio
di lavoro riprende, con tono più confidenziale, ciascuno ritorna suo posto, la
bimba non ha più voglia di scherzare e siede di fianco alla mamma, bella
tranquilla, quando tutto è finito questa volta il signore la saluta
cordialmente e lei risponde compunta: " Buona sera! ". Poi ripercorre le scale,
il chiostro, esce di nuovo in strada, questa volta non trotterella più, tutta
impegnata appoggia con cautela per benino le scarpette sul selciato, cercando di
imitare più che può il passo sicuro della madre, senza intralciarne il percorso
e senza giocherellare, guarda soltanto le sue bellissime peppe nuove, decisa a
farle durare il più a lungo possibile.
Ione
Vernazza
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