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Il medico di base
Quasi
sorrido per la fortuna che ho avuto, oggi in ambulatorio non c’è
proprio nessuno, sono arrivata per prima e la porta dello studio è
aperta, il medico forse sarà meno stanco
del solito e, di umore un po’ più passabile. Tiro
un respirone, mi stampo sulla faccia quel sorriso spontaneo di prima,
sorpasso la fatidica soglia e saluto con bel modo, ricevendo in cambio
un freddissimo e scocciatissimo Ah…, ehm…, buon-giorno
signora,…come va…? Io
continuo a sorridere, finalmente si decide: si sieda…si
sieda… mentre continua a contemplare il video del computer e
accenna benevolmente con la mano ad una seggiola, poi taccio in attesa
che mi presti attenzione. Dopo
un po’, senza entusiasmo, lui alza il viso dalla scrivania ed emette
un biascicato: mi dica... Allora,
imprudentemente, presa dalle mie angosce di malata, sofferente ormai da
mesi di un disturbo di cui non riesco a venire a capo, e che qualcuno mi
ha dipinto come ipoteticamente pericoloso, dimentico il tono brillante e
il sorriso e parlo da essere umano ad essere umano, gli espongo
brevemente i miei sintomi e le mie paure ed inizio a proporgli le mie
ipotesi di iter diagnostico, che mi sono scritta come scaletta, dopo
consulti e lunghe riflessioni, su un modesto foglietto di carta a
quadretti strappato a metà.
Mentre
sto leggendo, sento il mio glaciale medico borbottare qualcosa, alzo gli
occhi dal mio appunto e lo vedo che mi fissa con sguardo decisamente
sprezzante, si è messo seduto sulla seggiola baronale al di là della
scrivania, mezzo contorto, ha appoggiato il mento sul palmo di una mano
col braccio puntato sul piano del mobile e, mentre mi interrompo
interdetta, lui mi sibila: Roba da matti, venire dal medico a dirgli
cosa deve prescrivere!!! Io
prontamente cerco di chiarire: mi scusi dottore, non volevo certo
sostituirmi a lei, pensavo anzi che, avendo purtroppo dovuto riflettere
ed informarmi molto sul mio disturbo, potessi in un certo senso
alleviarle il compito… in fondo lei non può ricordarsi dei miei
problemi con tutti i pazienti che ha… e poi io queste analisi che le
chiedo di prescrivermi, sono disposta a pagarle privatamente, quando
c’è un problema grave di salute… Lui
stizzito non demorde e ribadisce: Se tutti facessero così…! Io
arrossisco e non certo di vergogna, benché mi senta avvilita e
bisognosa di aiuto, lo sdegno continua a montare, lui capisce che
qualcosa non va e accenna a cambiare tono, arriva a buttar lì uno
svogliato: ma non se la prenda! Io
ormai non ne posso più, gli ribatto: me la prendo sì!! mi
alzo, mi giro e me ne vado sbattendo
la porta, così forte che la parete divisoria di carton gesso
trema dal panico.
In
ambulatorio per mia fortuna non c’è nessuno, guai se qualcuno vedesse
che un paziente osa tanto… mi incammino verso il parcheggio, arrivo
alla macchina, mi ci chiudo dentro e mi metto a piangere dal dispiacere:
come, io vado lì perché sto male e quel deficiente, soltanto perché
lui è il medico, mi provoca pure uno stress nervoso? Per
alcuni mesi riesco a non vederlo, poi purtroppo mia figlia sta male,
all’improvviso, e sono costretta a chiamarlo; qui, in casa mia, a
stento si contiene, ma la prima volta che mi reco con lei, ormai
migliorata, in ambulatorio, sul suo territorio, non esita a farmi pagare
il suo rancore: cara signora…lei deve stare più calma…non sa
apprezzare le battute... Io
arrossisco un’altra volta, aggiungendo dolore a dolore: l’unica
speranza è che lui interpreti il mio rossore come il tardivo frutto di
una dovuta autocritica. Mi
viene da ribattergli che è lui che non sa apprezzare le “sbattute”,
ma è meglio tacere… Da allora, quando proprio devo rivederlo, assumo l’aria dell’oca svampita, sono riuscita perfino a buttargli lì: sa dottore, spero di essermi espressa bene, non vorrei commettere delle gaffes…, lo vedo non dimentico, ma più contento, condiscendente, pago della riverenza dovutagli per il camice bianco consacrato da un giuramento di ipocrita. Ione Vernazza
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