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E’
una giornata di tempesta, il mare è scuro e quasi limaccioso, tagliato qua e là
da lunghe strisce irregolari e sottili di spuma bianca, le onde si susseguono
veloci in una continua altalena: quando si frangono contro gli scogli,quella
spuma, che al largo era solo decorativa, esplode in un frastuono che mette
allegria, mentre miriadi di goccioline volano verso l’alto con spruzzi
possenti.
In
cielo le nubi si rincorrono ancora più veloci delle onde, mentre la pioggia
scende battente e le pozzanghere formano piccoli laghetti insidiosi per chi
cammina, al pari dei ruscelli che fiancheggiano il marciapiede in discesa.
Io
proseguo egualmente nella mia passeggiata saltellando qua e là, i piedi umidi
non sono il massimo per il mio raffreddore, però è tutto talmente bello che
vale la pena di rischiare.
Respiro
a larghe boccate l’aria profumata dalle siepi bagnate che somigliano al
rosmarino selvatico e intanto la pioggia si è trasformata in diluvio, ma io non
demordo e quando arrivo allo spiazzo che più degli altri si protende sul mare,
mi rannicchio più che posso sotto l’ombrello, mi fermo, poi giro lentamente
la testa per imprimermi bene negli occhi tutti i particolari.
A
sinistra c’è un piccolo promontorio roccioso e là i flutti letteralmente si
scatenano, è impossibile oggi arrivarci, il sentiero si snoda troppo vicino al
mare, si rischierebbe di essere risucchiati da qualche onda anomala.
Quando
invece il tempo è bello e il mare è calmo qualche volta sono andata a sedermi
nell’ampia panchina circolare costruita proprio sulla cima di quell’ammasso
di scogli, c’è un panorama magnifico, sulla destra si possono vedere quasi
tutta la baia più grande vicina a questa, la collina che le divide e pure i
monti lontani, adesso innevati, subito dietro il declivio abitato che porta al
mare.
Vicino
alla panchina c’è un cippo con una piccola lapide, in memoria di un ragazzo
scomparso durante un’immersione molti anni fà, il mare in quel punto è molto
profondo e io non avrei certo il coraggio di arrischiare neppure una nuotatina,
mancano appigli per la risalita e per scendere non si può che ricorrere ad un
tuffo magistrale: in acqua io me la cavo benino, ma senza strafare, e poi non ho
neanche più la voglia di fare la spericolata come quando ero ragazzina e mi
riempivo la schiena di aculei di ricci, perché non mi curavo di prender bene la
direzione nuotando con noncuranza di dorso.
Però
è egualmente bello star lì a scrutare quell’acqua profonda e poco
frequentata, spesso qualcuno percorre il sentiero e tutti si fermano a
contemplare lo spettacolo, in genere non ci si scambiano parole, solo un saluto,
come in montagna.
C’è
rispetto per il silenzio e la bellezza del luogo, anche adesso le poche persone
che sono come me affacciate alla ringhiera se ne stanno zitte, intente a
guardare il mare che da solo parla per tutti mentre avanza e si ritrae,
ricoprendo la piccola spiaggia sassosa sottostante con mille gorghi e vortici
che si rincorrono e si riformano sempre diversi.
In
mezzo alla schiuma ogni tanto si nota uno scoglio molto particolare che mi fa
pensare ad antichi miti, non è un grande scoglio, è lì tutto solo lontano
dagli altri, conficcato in mezzo ai sassi, è basso e scuro, completamente
indifeso dalla furia del mare.
Le
onde lo ricoprono completamente e quando c’è la risacca a volte lo lasciano
scoperto ma più spesso si riesce a intravvederlo soltanto un attimo sotto la
schiuma.
E
lui giace lì inerme mentre la prepotente carezza dell’acqua lo avvolge e lo
consuma, pian piano.
Mi
è sempre piaciuto osservare le nubi per cogliere le inusitate figure che con un
po’ di fantasia ricreano volti, corpi, oggetti, a tratti minimi, a tratti
giganteschi, con colori spesso intensissimi: mentre le immagini cambiano
continuamente aspetto, proponendo forme nuove che volano lassù come palloncini
sfuggiti alla presa.
Quaggiù
è altrettanto bello osservare gli scogli, quando il mare è tranquillo è
facile scoprire che molti hanno un aspetto veramente strano; qui vicino, a
chiusura di una caletta, ce n’è uno che sembra un grosso delfino con la bocca
semiaperta per lo stupore, l’acqua che entra ed esce da quell’immobile
sorriso produce un blando gorgoglìo che pare una risatina amichevole.
Invece
il mio scoglio non è per niente gioioso, è come una faccia sbattuta
all’indietro, guardandolo dall’alto sembra che ti rimandi un messaggio
consapevole da Prometeo incatenato; il mare agitato gli invade la bocca, gli
occhi e le orecchie senza tregua: dalle fenditure di quel volto, che a me sembra
il muso di un molosso, scendono in continuazione rivoli d’acqua ora da un
occhio ora dall’altro, le orecchie sono mal tagliate e tozze, la bocca ha gli
angoli incurvati all’ingiù e le narici sono alquanto appiattite.
Continuo
a fissarlo e mi accorgo che un occhio sembra quasi cieco, invece l’altro
ammicca un po’ guercio ma fiero: quando le onde gli lasciano vedere il cielo,
quell’occhio umano di cane guarda verso l’alto, col rassegnato compatimento
di un vecchio saggio che conosce e in fondo apprezza l’intima ragione del
destino che io ho preteso di attribuirgli.
Un’onda
più forte delle altre annega quella splendida scultura in una girandola
festosa, il sottile sapore di sale sulla bocca diventa più intenso che mai, mi
passo le labbra con la punta della lingua e mi sento pervasa di energia; da
sotto l’ombrello alzo anch’io lo sguardo verso il cielo e mi accorgo che sta
spiovendo, mentre i primi squarci di sereno fanno capolino in mezzo alle nuvole:
e quasi mi dispiace, perché adesso riesco soltanto a pensare che in effetti ho
i piedi tutti bagnati.
Ione
Vernazza
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