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Margherita
Acerbi Cantelli
siede un poco in bilico sul muretto a sassi irregolari
che sorregge il colonnato del piccolo chiostro, alquanto
discosta dai tavoli apparecchiati per servire l’aperitivo.
La gente continua ad arrivare dal cortile esterno adibito a
parcheggio,e si mischia chiassosa alle persone che scendono a
gruppetti dal salone interno mansardato, dove si era svolta
una piacevole manifestazione, peraltro alquanto disertata
dalle autorità cittadine, ma soprattutto carente di ospitalità.
La sala era caldissima, le seggiole troppo poche, il cameriere
chiamato in soccorso, inaspettatamente
polemico: il Gestore del luogo, secondo i soliti
informati, soprattutto nell’ultimo anno, snobba chiaramente
il tipo di clientela che affolla il porticato, un tempo
l’aperitivo veniva servito nella zona antistante il
ristorante, indubbiamente più riservata e più adatta a
gustare un rinfresco, non soltanto gastronomico. Seduta su
quello scomodo muretto,Margherita, mentre guarda il muro
anonimo dall’altra parte del portico, ricorda la splendida
vista rassicurante sui prati verdissimi abbelliti da macchie
di arbusti in fiore e ombreggiati da maestose piante
secolari:i n quel contesto la gioia degli occhi riusciva ad
indebolire il frastuono delle voci, ed era più facile trovare
un angolino comodo per rilassarsi un attimo dalle fatiche
della giornata, prima di prender parte a doverose riunioni con
commensali che i soliti privilegiati sceglievano sempre in
anticipo. Certo, a ben riflettere, chi critica il gestore,
forse non ha tutti i torti: Margherita ricorda gli approcci,
da lei compiuti nel corso di anni, per cogliere
un’espressione non soltanto meccanica su quella faccia
impenetrabile, e i lunghi mesi in cui, incontrando
quell’uomo, aveva atteso un accenno di apprezzamento ed un
giudizio, per un’iniziativa a carattere enologico, che lei
aveva creduto gradita, ma lui si era sempre limitato a
sfiorarla con lo sguardo assente, come fosse invisibile.
Adesso, il gestore ogni tanto compare per gettare
un’occhiata apparentemente distratta ai camerieri e si
sofferma a parlare con i convenuti, però soltanto con quelli
che contano più degli altri, pescando da buon conoscitore fra
i vari industrialotti, i più o meno boriosi professionisti e
le pseudo celebrità del circondario: certo non ha tempo da
sprecare con una nullità come Margherita, che,superata una
sottilissima punta d’amarezza, scrolla leggermente le spalle
e sorride di quelle che, in fondo, sono tutte stupidaggini. Di
gente strana in giro ce ne è tanta, se uno dovesse
prendersela
per tutti gli insensibili, gli opportunisti o i
maleducati che incontra, farebbe
meglio a ritirarsi in un eremo: il sedile di pietra non
è il massimo della comodità,l a donna decide che è meglio
alzarsi e sgranchirsi un po’ le gambe, e, sempre col sorriso
sulle labbra, si dirige verso un capannello di persone tutte
intente ad abbuffarsi e ad ascoltare i discorsi rutilanti di
un uomo non più giovanissimo, che però, con smaglianti
sorrisi a trentatré denti, sprizza energia da tutti i pori.
Facendosi
garbatamente largo fra gli altri, Margherita accentua
il sorriso, e, rivolgendosi
sia a lui che alla ragazza somigliantissima che lo
accompagna, adottando il tono brillante prediletto dal
personaggio, gli chiede: ”Narciso,ho visto che sei qui con
tua figlia, presentala anche a me, mi piacerebbe
conoscerla….”. Intanto che sta pronunciando queste
accattivanti parole, vede che lui, con quel sorriso
hollywoodiano sempre incollato sulla bocca, accenna a prendere
la figliola sottobraccio, iniziando un
impercettibile movimento di rotazione che prelude ad
una diplomatica fuga, mentre per tutta risposta le elargisce
un generico: ”Cariiissimaaaa”. Nel contempo, con consumata
perizia riesce a distorcere gli occhi, dando l’impressione
di sdoppiare miracolosamente il campo visivo,
folgora la malcapitata con
sguardo annoiato e scruta ansiosamente al di sopra
della testa della scocciatrice, per valutare con rimpianto
quante importanti e lucrose occasioni di relazioni sociali,
quell’improvvida diversione gli abbia fatto perdere.
Mentre
si allontana, avvolgendo la donna con uno sguardo colmo di
antipatia e di malcelato compatimento, per completare
l’opera, aggiunge,sardonico:”Mia cara, davvero, stasera ti
trovo vestita in modo più moderno del solito:porti perfino le
calze a rete!! Brava,brava!”. La donna d’istinto accenna
ad abbassare gli occhi, interdetta, a vedere se ha sbagliato
colore o cos’altro, al che lui ridacchia compiaciuto di
averla messa in imbarazzo, e se ne va, soddisfatto.

Margherita
conosce bene quest’uomo, all’inizio le era perfino
simpatico, si rammenta di quando le era sembrato potesse
condividere con lei contenuti e direttive importanti per
ricreare rapporti
degni del nome, in un ambiente che
dovrebbe essere finalizzato anche a
tale concretizzazione. Lui dapprima si era dichiarato
favorevole e disposto ad impegnarsi, poi, superata la fase dei
problemi personali, su cui non si faceva scrupolo di raggelare
un’intera tavolata, il senso pratico e la tendenza al
protagonismo avevano avuto la meglio. Molto più facile
provocare risate in un clima esclusivamente conviviale,
imperniato su gare di ben recitate barzellette esclusivamente
triviali, con complimenti e occhiate per lo più
di dubbio gusto alle signore, meglio se mature e
ignare, molto più utile pubblicizzare se stesso, senz’altro
meritatamente dal punto di vista professionale: semplicissimo
infine, appioppare nomignoli azzeccati e scegliere
oculatamente amicizie
fruttuose, creando un clima di avvolgente complicità.
Margherita, che non aveva ancora superato lo stress
originato da precedenti esperienze di dinamica di
gruppo molto pesanti, dapprima si era lasciata prendere dal
nervosismo, che spesso la coinvolgeva dopo l’accumulo di
emozioni negative, poi aveva ritenuto opportuno battere in
ritirata, cercando di evitare di essere colpita dagli strali
pungenti della bocca da professionista di Narciso, che,
circondato da un pubblico adorante, non si asteneva
da una sorta di raffinato dileggio, ai danni di chi non
faceva parte della sua corte, a malapena mascherato da un velo
di apparente scherzosità. In seguito, il grande affabulatore
si era dedicato ad altri obiettivi, qualche volta aveva
sbagliato mira
e pure lui
aveva dovuto assaporare i fischi della ribalta, così
pian piano i rapporti erano tornati ad un livello di
sufficiente compatibilità, con qualche picco in discesa, come
stasera. Anche adesso Margherita, mentre lo sgarbato
conoscente si allontana, scrolla le spalle, però meno
spensieratamente di quanto avesse fatto col gestore, un
perfetto estraneo, destinato a rimanere per lei una maschera
senza volto: senza sorridere segue con gli occhi gli
andirivieni
di Narciso che volteggia qua e là, sovrastando le voci
degli altri, lo vede accostarsi ad un altro componente del
gruppo, fermarsi e assestargli una gran pacca amichevole sulla
spalla. L’altro si gira e si sente trafiggere da un roboante
”Caaariiissiiimoooo”, poi si lascia trascinar via in mezzo
ad un fitto parlottare. Certamente, il carissimo di turno non
può sapere che una volta, quando il suo peso nell’entourage
era minore,quel grande istrione lo soprannominava,
sghignazzando benevolmente maligno, ”Shampoo”, riferendosi
in apparenza alla folta capigliatura, ma mirando in realtà ad
una allusione non certo lusinghiera riguardo a quel che
c’era sotto i capelli: così come tante carissime,
sbaciucchiate e galantemente pizzicottate, non vogliono, o
meglio non possono, come è d’uso nel saper vivere della
buona società, porsi il quesito di che razza di individuo sia
in realtà
il grande amicone.

Margherita
non sorride più e per quella sera non sorriderà più, non ha
più voglia di chiacchiere e di recite, di esibizioni senza
senso, non è che il povero Narciso, o chi per lui, sia così
importante di per sé, anch’egli è soltanto una nullità
qualsiasi, il classico prototipo del volto spudoratamente
senza maschera, il problema è ben altro: che la massa degli
appartenenti ad un gruppo che dovrebbe essere di volontariato,
è esattamente come lui, maschera più, maschera meno, volto
più, volto meno, insieme o separati. Le sembra
che troppi siano lì soltanto per indorare il loro già
dorato posticino al sole, e,sul punto di piombare, quasi per
scherzo, a dover lavorare duramente per il gruppo in prima
linea, non se la sente di farsi accoltellare davanti e dietro:
dovrà contare i suoi petali con molta attenzione, qualche
volto che sa usare la maschera ha promesso grandi cambiamenti,
chissà… Margherita si avvia insieme agli altri
nella sala da pranzo, siede ad un tavolo laterale,
desiderosa di un po’ di contatto umano, ma forse non
indovina il tasto giusto e un altro Narciso, finora
insospettato, mentre lei spontanea racconta, ad un tratto le
dice, volubilmente: ”Tic-Tac”, per toccarle il tempo.
Allora la donna,rassegnata,cerca di
riempirsi gli occhi con il verde del prato, che ancora
si intravvede dai finestroni semiaperti, prima di essere
ingoiato implacabilmente dal crepuscolo, e da quel momento in
poi si accontenta di vivacchiare ingurgitando il pasto e
concentrandosi sulle punture di altre zanzare, mentre la pelle
scoperta
si chiazza di rosso: Narciso si sbraccia a tener banco
al suo tavolo, Shampoo siede altrove intento a costruirsi la
maschera per un volto naturalmente maturo e
pericolosamente limpido, il gestore
aiuta altezzosamente a servire il secondo e
puntualmente non risponde al formale ringraziamento degli
ospiti di poco conto, alcuni fumano tranquillamente al tavolo
infischiandosene degli altri, senza nemmeno chiedere
ipocritamente il permesso, l’amica invitata dalla signora
Margherita pare decisa a godersi, capricciosa e fin troppo
loquace, la serata mondana, mentre zanzare
di ogni tipo imperversano senza tregua all’impazzata.
Ione
Vernazza
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