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Come
fosse un automa, una donna ancor giovane e vestita con sobria eleganza,
nonostante l’evidente sgualcitura degli abiti che reclamerebbero una sosta in
tintoria, scende e sale da tram e metrò senza guardare nessuno, quasi fossero
tutti trasparenti.
E’
evidente che è in preda ad un profondo disagio interiore che la fa sentire
diversa da tutte quelle persone che le si agitano intorno, estranea
agli affanni quotidiani su cui è tutta concentrata quella miriade di
formiche.
Finalmente
la signora arriva a destinazione e sale i pochi gradini che immettono ad una
grande porta vetrata ad apertura automatica, attraversa rapidamente la vasta
sala della reception e si infila nel-
l’ascensore,
già pronto al piano terra, quando ne esce si ferma un attimo, si passa
nervosamente una mano a ravviarsi i capelli, dopo aver inspirato profondamente
si sforza di atteggiare le labbra in un pallido sorriso, senza bussare apre con
delicatezza la maniglia della porta più vicina, fra le tante del lungo
corridoio, ed entra nella stanza, cercando di accentuare il sorriso il più
possibile.
Il
locale è lungo e rettangolare, immerso in una discreta penombra, all’apparire
della donna, una signora vestita di bianco si alza prontamente dalla poltroncina
di fianco al letto e si mette l’indice davanti alle labbra, la donna si
avvicina in punta di piedi e, mentre contempla la persona che giace
dormiente, quel sorriso meccanico frutto di
un’insopprimibile residuo di speranza, sparisce all’istante.
L’infermiera
la ragguaglia velocemente su come il marito abbia trascorso la notte,
sull’ultimo bollettino medico, poi, con fare impersonale, si toglie il camice,
lo riappende nell’armadietto della piccola anticamera, e silenziosamente, dopo
aver riconfermato l’impegno per la nottata successiva, sguscia fuori dalla
stanza lasciando Bianca da sola.
La
donna riapre l’armadietto e ne estrae un paio di ciabatte comode e con la
suola felpata, ripone la borsa con la biancheria di ricambio, poi
prende una piccola seggiola, la porta senza far rumore il più vicino
possibile alla testata del letto e si siede protendendosi con cautela
per scrutare quel viso ormai quasi irriconoscibile, smagrito e un po’
gonfio, dal colorito cereo e con gli occhi perennemente celati da palpebre
anch’esse tirate ma evidentemente enfiate.
L’uomo
dorme di un sonno innaturale, sembra che ogni tanto il respiro si fermi, come se
il suo corpo si dimenticasse di questo dovere indispensabile, poi, dopo poco, il
torace si allarga in un sospiro e tutto ricomincia, come se nulla fosse
successo, fino alla pausa successiva.
Bianca
con cautela circonda con le sue la
mano libera del marito, è pesante e molto fredda, e neppure il contatto con le
mani della donna serve a riscaldarla, ma lei si accontenta, sa che non può fare
nulla per lui e le sembra già tanto potergli ancora stare vicino, i
medici hanno detto che le metastasi sono talmente
estese che dovrebbe essere questione di poco, e lei, anche se in cuor suo
ne ha timore, in fondo non fa che aspettare quel momento, che costituirà la
fine di tanto soffrire, almeno per lui.
La
porta viene spalancata con garbo, ed entrano un medico ed un’infermiera,
Bianca si alza e si allontana verso la finestra, per non guardare, mentre queste
anonime figure in verde si apprestano a cambiare la flebo di morfina con dosi
sempre più massicce e ravvicinate, assolutamente necessarie ad evitare
l’ormai pur improbabile risveglio del morente in mezzo ad urla atroci.
Quando
i due se ne sono andati lei si riaccosta, non ha più nemmeno il coraggio di
toccargli la mano, ricorda l’ultima volta che lui ha avuto la forza di
stringere le sue chiedendole di aiutarlo ad andarsene, e lei non ha potuto far
altro che supplicare il primario di somministrargli quella benedetta morfina,
senza continuare ad aspettare che la soglia del dolore si innalzasse ancora: chi
gli dava il diritto di giudicare con assoluta certezza quanto si dovesse patire
prima di decidere che era ora di lenire quella tortura?
Bianca
allunga le dita, leggere, a sfiorare appena la fronte del marito con
un’impalpabile carezza, e prova di nuovo a sorridere anche se sa che lui non
può vederla, poi, sempre timorosa, con la voce addolcita dal sorriso, decide di
provare a parlargli, adagio, qualcuno le ha detto che da dentro quella bara
d’acqua in cui pian piano i malati terminali sottoposti a morfina vanno
annegando la vita, possono egualmente sentire, e lei gli racconta di sé stessa,
del figlio, del lavoro, gli dice di non preoccuparsi di nulla……
Mentre
gli parla si illude di cogliere un impercettibile movimento fra le pieghe della
fronte e allora gli chiede perdono di non aver avuto il coraggio e la prontezza
per portarlo via di lì, in uno di quei luoghi dove aiutano davvero a lenire il
dolore, ma forse era una scelta da sottoscrivere prima, quando ancora lo
sconcerto, lo sfinimento e le pastoie organizzative non
avevano avviluppato la capacità di pensare, e ben prima che la malattia
si presentasse, inaspettata e irriducibile….
Bianca
è così presa dal suo discorso da non accorgersi che la porta si è nuovamente
aperta, si sente appoggiare una mano sulla spalla in segno di conforto e
una voce la esorta ad avere coraggio, poi uno dei sacerdoti che
quotidianamente fanno il giro fra i degenti in picchiata, così com’e venuto
si gira e sparisce.
La
donna immediatamente si ricompone, si sente quasi in colpa sia verso il marito
che verso il religioso, le sembra di essersi lasciata andare a uno sfogo
inopportuno ed egotico, respira
profondamente più volte per riprendere il controllo di sé, poi si sforza di
abbassare il livello di guardia delle emozioni, immergendosi gradualmente in
pensieri che devono essere comunque contenuti nei limiti
della capacità umana di sopportazione.
Si
allontana verso l’armadio, apre l’anta dietro la quale già da tempo sono
stati ordinatamente appesi gli abiti per l’ultima cerimonia, solleva la
custodia e controlla che il colletto della camicia sia rimasto immacolato, che
il nodo della cravatta sia già impostato come sarebbe piaciuto a lui, che il
completo blù sia sempre ben collocato sulla gruccia, poi sceglie con cura
dall’armadietto dell’anticamera la biancheria più bella, pulita e
profumata, la ripiega e l’appoggia, di fianco ai calzini in tinta col vestito,
sul ripiano sottostante .
Mentre
compie questi semplici gesti, che le richiamano la routine di quando nei momenti
di fretta lei era solita aiutarlo a scegliere il vestiario, Bianca riesce a
calmarsi e quando arriva l’inserviente col carrello del pasto, invece di
rifiutare, come troppe volte ha fatto, prende il vassoio e si costringe ad
ingoiare qualcosa.
Il
monologo col marito l’ha come svuotata, però le ha lasciato nel profondo un
inconscio senso di condivisa complicità, come se lei dovesse portare a termine
l’ultimo e non egoistico compito che lui le ha indicato di svolgere, e questa
sensazione la tranquillizza facendola sentire meno sola.
Una
dietro l’altra anche le ore di questa giornata rotolano via veloci e la donna,
abbandonata sulla poltroncina, cerca di mettere in pratica le rassicurazioni
fatte poc’anzi al compagno, pensa al figlio, al lavoro, alla casa, ai costi
paurosi da affrontare per la lunga
degenza, a tutte le cose da troppo trascurate e promette di nuovo, senza
parlare, che saprà affrontare la situazione.
L’infermiera
del turno di notte è ritornata, riprende il camice, dopo il consueto scambio di
informazioni, sempre a voce bassissima, Bianca rimette le scarpe, si accosta per
l’ultima volta a quel letto, si china per sfiorare con le labbra le guance
scarnite del malato e se ne va.

Molti
mesi dopo, quando il tempo pare abbia aiutato a sopire il dolore, ricordando il
suo ultimo monologo col marito, Bianca continua a chiedersi se il prete avesse
sentito quel che lei stava dicendo, forse l’avrà attribuito ad un momento di
follia dovuto alla tragedia, comunque è contenta di aver mantenuto quel che in
cuor suo voleva essere una promessa solenne che stava facendo al morente, le è
occorso coraggio davvero per attuare una scelta così importante: a lei
semplicemente è sembrato che il poter decidere se anticipare un viaggio già
fin troppo duramente meritato, fosse solamente un gesto di rispetto per la
memoria della dignità della vita.
Ione
Vernazza
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