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Trincea. Notte.
Finalmente lo sento arrivare questo sonno benedetto, ma
è fatto di bocche spalancate, cadaveri riversi, corpi
smembrati, e…un urlo lontano. Mi segue, mi rincorre, mi
acchiappa. Apro gli occhi, cazzo no, mi ha svegliato
un’altra volta. E’ quello là, quello ancora vivo,
dev’essere nascosto da qualche parte, buttato in uno di
quei crateri, incapace di muoversi, ma gli è rimasto un
gran fiato, tutto il fiato di questo mondo, e manda il
suo grido straziante, disumano, a intervalli regolari.
Scommetto che nessuno riesce più a dormire qua dentro.
Tra un po’ mi verranno a cercare, ne sono sicuro; anzi
sono già qua; sento parlottare, «…gira a sinistra,
subito dietro le bombe da mortaio.» Intuisco tra un
passo e l’altro.
Uno scarpone mi scuote. Faccio finta di niente, rimango
accovacciato, la testa appoggiata allo zaino, ma quello
insiste. «Devi andare là fuori e farlo smettere.» E’
Franzoni il nostro sergente, lo riconosco dalla voce.
Con lui ho confidenza, ne abbiamo fatte di offensive
insieme. «Affanculo,» rispondo «vacci tu.»
«Siamo
tutti svegli, nessuno riesce più a dormire.»
«Scolatevi
un altro po’ di grappa.» Ringhio.
Non risponde, gira sui tacchi e se ne va piegato in due.
Forse l’ho sfangata.
Questa volta mi ci metto d’impegno, sono quasi
addormentato quando di nuovo un piede mi scuote, «Che
cazzo…» Mi giro rabbioso.
«Il capitano ti vuole a rapporto, immediatamente.»
M’intima Franzoni.
«Brutto
Stronzo.» Sussurro tra i denti tirandomi su.
«Se continui così finisci davanti alla corte marziale.»
Fa lui
«E
tu con una pallottola nella schiena.» Contraccambio io.
Rimane zitto, so che mi teme. Così mentre percorriamo la
trincea tutti curvi gli rincaro la dose «Questa me la
paghi bastardo, domani guardati alle spalle.»
«Se sarai ancora vivo.» Ghigna.
Mi
trovo nel bunker ufficiali, ritto davanti al capitano,
anzi non proprio davanti, ma tutto spostato da una parte,
di sbieco, accanto alla stufa. Il capitano non s’infuria,
non mi ordina di mettermi sull'attenti al centro della
stanza. Brutto segno.
«Senta
Grimaldi, lo sa vero perché l’ho fatta chiamare?»
«No.» Affermo deciso.
Un’impercettibile contrazione gli attraversa il volto;
Boniver si chiama, capitano Boniver, ma riprende subito
il controllo, fa finta di niente, in un altro frangente
mi avrebbe spedito a pulire latrine, invece adesso
sorride tutto compiaciuto; giuro, al posto di quel
sorriso mille volte meglio le latrine.
«Deve
andare a chiudere la bocca a quel disgraziato. Domani
voglio una truppa pronta al combattimento e non dei
rammolliti morti di sonno.»
«Signor capitano, è… è… un suicidio» Balbetto mentre
sposto il peso da un piede all’altro, la testa china, a
fissare il pavimento «ho la licenza pronta… sa dopo sei
mesi filati …già firmata dal colonnello, ancora tre
giorni…poi finalmente… mia moglie e mio figlio…, capisce.»
Mi sorreggo al mio moschetto 91 perché il parlare in
quel modo mi ha fatto venire su un gran magone, e sento
le gambe molli.
Il
capitano si alza paonazzo in volto «Della sua licenza me
ne strafotto, lei deve andare là fuori e far smettere
quel disgraziato, è un ordine, ha capito! Se rifiuta la
deferisco alla corte marziale! La faccio giustiziare!. E
la smetta di appoggiarsi al fucile, qui sull’attenti,
davanti a me!»
«Sì
signor capitano! Agli ordini signor capitano! Certo
signor capitano!» Scandisco chiaro e forte scattando
come un automa. Lo so, lo conosco questo bastardo dai
baffetti impomatati, mi farebbe fucilare così su due
piedi come se niente fosse, è già capitato, ma giuro una
pallottola non gliela toglie nessuno, neanche a lui.
«E
si porti quella recluta che le sta sempre appiccicata al
culo… Minghetti, si ecco Minghetti.»
«Signor Capitano posso benissimo farcela da solo…»
Protesto.
«Bastaaaa….!!!
I miei ordini non si discutono! Lei deve solo ubbidire,
ha capito!!!?.»
«Sì
signor capitano! Certo signor capitano! Agli ordini
signor capitano!» Ripeto tutto impettito battendo i
tacchi.
«E
adesso vada, e se tornate che quello là fuori è ancora
vivo vi accoppo con le mie mani, qui sul posto!»
«Si
signor capitano! Agli ordini signor capitano!… Affanculo
signor capitano.» Sbiascico sulla soglia poco prima di
uscire. So che ha sentito e che adesso sarà viola dalla
rabbia, ma ormai cosa può fare contro un morto che
cammina?
  
Mi
portano Minghetti, è pallido e trema, non ha ancora
diciannove anni, ed io che ne ho ventitré ma con due
anni di guerra in più sulle spalle sembro già suo padre.
Tremo anch’io, ma riesco a controllarmi che se capisce
che ho paura quanto lui ci mettiamo tutti e due a
piangere come bambini.
«Siamo
fregati, vero?» Chiede tutto rigido, la faccia tirata
che sembra un teschio.
«Non è detto.» Ma la mia voce suona poco convincente
anche a me
«Quel
bastardo perché non la smette?» Domanda continuando a
scrutarmi.
Anche nella penombra, non c’è niente da fare, la faccia
da morto vivente non si cancella, così lo prendo per il
bavero e lo scuoto di brutto, con cattiveria.«Adesso
basta! Abbiamo una missione da compiere! Dobbiamo
pensare solo a quello, hai capito!?»
«Certo…certo…
ho ..capito.» Mi fa lui balbettando sorpreso dalla mia
reazione.
«Gli
austriaci là fuori, sono precisi, non fanno mai niente
per caso.» Così dicendo sollevo la manica e pulisco il
vetro dell’orologio da polso,un cronometro automatico
Longiness che spacca il secondo, l’ho preso ad un
ufficiale austriaco, di quelli a cui ho risparmiato un
sacco di sofferenze. Controllo i lampi di luce
lattiginosa dei riflettori che, sopra le nostre teste,
si diffrangono nel pulviscolo di questa pioggiarella
maligna; hanno un loro ordine, anche se a prima vista
non si direbbe.
«Prepariamoci!»
Lo avverto e intanto tiro su manate di fango e comincio
a cospargere Minghetti. «Ma che fai? Non ho già
abbastanza freddo.» Protesta.
«Affanculo
il freddo, dobbiamo mimetizzarci.» E non gli risparmio
nemmeno la faccia. Quello sputa e bestemmia.
«Adesso
anche a me» Gli ordino.
Sembra provarci gusto, sputo terra e sassi, anch’io.
Bene comincia a reagire, è meglio un fante incazzato che
uno paralizzato dalla paura. Poi lo afferro per le
spalle fissandolo dritto negli occhi «Ascoltami non sono
ammessi errori, quando dico “fuori” usciamo dalla
trincea, avremo quindici secondi per strisciare nel buio,
tu dietro, poi immobili per un minuto, sette secondi di
oscurità per avanzare, poi due minuti fermi, dodici
secondi per avanzare, poi tre minuti fermi, quindici per
avanzare, poi di nuovo da capo. Capito.»
«Certo.»
«Ripeti.»
«Usciamo,
quindici secondi, buio, avanziamo; poi un minuto luce,
fermi; sette secondi buio avanziamo; due minuti luce
fermi, dodici buio avanziamo; tre minuti luce fermi,
quindici buio avanziamo; poi da capo. «
«Perfetto,
Bravo!» Lo incoraggio con una gran manata sulla spalla.
«Sei
pronto?»
«Pronto.» Risponde mettendosi il fucile a tracolla.
Sbuffo sconsolato, è così che queste reclute si fanno
ammazzare come tante mosche.
segue
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