Umani  - pagina 2



«I fucili li lasciamo qua, e anche l’elmetto.»

«Ma andiamo disarmati?»

«Ci separano solo seicento metri da loro, l’elmo e il fucile è la prima cosa che notano, e poi ci sarebbero solo d’impiccio. Basta la pistola.»

«Ma io la pistola non ce l’ho.»

«Cazzo» Impreco, è vero non è in dotazione, ma noi vecchi ce ne siamo procurata una, è la prima cosa che abbiamo fatto, che nel corpo a corpo è l’arma migliore e se ti trovi segato a metà da una granata e magari respiri ancora ti puoi sempre tirare una revolverata in testa, che poi a dire il vero dove dobbiamo andare non serve neanche la pistola serve; mi slaccio la fondina di tela verde e gliela passo, «Tieni»gli dico «a me basta questa.» e gli mostro la baionetta. Così almeno con una pistola al fianco si sente più sicuro.

Controllo il puntino fosforescente dei secondi che scorre uno scatto dopo l’altro verso il nulla che ci attende. «Ora.» Sussurro rauco.

 

 

E siamo fuori, striscio sul ventre dandoci di gomiti e ginocchia, che adesso questo fango quasi lo amo e vorrei che mi inghiottisse facendomi sparire; conto mentalmente, poi mi fermo, immobile, giusto in tempo per vedere la luce del fascio riflessa a pochi centimetri dal mio naso. Fermo così per un minuto. Il freddo adesso mi è arrivato fin dentro le ossa. Dev’essere così la morte, un torpore gelido che ti cancella il corpo e la mente.

Minghetti batte i denti subito dietro; è terribile questa sensazione, battiamo entrambi i denti e non sappiamo se per il freddo o la paura.

Buio, scatto di nuovo in avanti, aggiro le buche d’obice, seguendo la direzione delle urla, ormai non ci manca molto. Tra poco lo raggiungo, ma proprio quando comincio a pensare che potremo anche farcela dalla nostra trincea arriva un gran tramestio e poi un “basta, non ne posso più” seguito da una serie di spari. Subito i fasci di luce cominciano a muoversi freneticamente, come impazziti.

 

 

Dalla trincea austriaca parte una raffica di mitraglia, a cui risponde la nostra. I bengala vengono lanciati uno dietro l’altro, adesso qua nella terra di nessuno sembra giorno, anzi un assolato pomeriggio estivo. Giro la testa appiattito più che posso;  Minghetti si trova ad una ventina di metri, accanto ad una fossa, è impossibile che non ci vedano «buttati dentro» gli urlo. Non se lo fa ripetere due volte, scivola via e scompare, io invece sono completamente allo scoperto, in una posizione infelice, indietro non posso tornare, che di schiena sono un bersaglio ancora più facile ed il riparo più vicino si trova ad almeno una decina di metri davanti a me. Comincio a strisciare il più velocemente possibile, ma sento partire una raffica di mitraglia, vedo i traccianti volare bassi sollevare alti schizzi di fango leggermente spostati sulla mia sinistra, un soffio agghiacciante mi sfiora facendomi cambiare direzione, individuo un nuovo riparo, ma un’altra raffica mi sbarra la strada, via a destra, subito un muro d’acqua e fango mi riempie gli occhi e la bocca, sputo bestemmiando, mezzo accecato; si stanno divertendo un mondo quei bastardi, stanno giocando come fa il gatto con il topo, e dalla mia trincea neanche uno sparo di copertura, tanto inutile sprecare colpi, sanno che ormai sono spacciato. Mi tiro su quattro zampe e comincio a gattonare via sparato come un razzo, che così magari li farò crepare dal ridere, ma se riesco a raggiungere quella buca che sembra così vicina li frego. E via zizagando, ma ogni volta vedo i traccianti partire e sfiorarmi d’incanto. Scommetto che adesso gli austriaci staranno sghignazzando dandosi gran manate sulle spalle, e questo pensiero mi fa incazzare, anzi di più, salire il sangue agli occhi, non voglio diventare il loro pagliaccio per poi essere comunque ammazzato come un cane, e poi  basta, se questa è la mia ora, così sia. Mi fermo alzandomi sulle ginocchia, spalanco il cappotto, apro la giacca, e  mostro la camicia bianca che così non possono sbagliare «Dai sparate bastardi, sparate beccamorti che non siete altro, sparate qua, è così facile, anche un ragazzino ci riuscirebbe.» Urlo.

 

 

Cala un silenzio irreale, il riflettore puntato negli occhi, aspetto il colpo che mi butterà a terra, ma non succede niente. Percepisco la paura montarmi dai piedi e conquistarmi un poco alla volta, «bastardi figli di puttana»  comicio a piangere «Sparate, e sparate, muovetevi!»

Poi odo una voce provenire dalla trincea austriaca « italian…» S’inceppa  ma si riprende subito “Italiano, vai muoviti, farlo star zitto, noi dormire, capito, italiano noi voler dormire, vai, muoviti.»

«Italiano, vai muoviti» Mi dice un’altra voce. «Presto, altrimenti questa volta noi mirare giusto.»

Certo hanno capito cosa sono venuto a fare qua, hanno visto che sono disarmato, che sono senza fucile e senza elmo, ed hanno capito. Mi tiro su in piedi, pregando dalla felicità, intanto quello lancia un altro dei suoi urli strazianti. Individuo la fossa dove s’è rifugiato. Gli austriaci mi regalano un altro paio di bengala che illuminano la scena a giorno e puntano i riflettori davanti a me; mai vista tanta premura neppure da parte dei miei. Avanzo barcollando e inciampando con le gambe che mi reggono a stento, poi mi calo nel cratere di una bomba da cinquecento.

 

Lui è là coricato su un fianco, sembra ondeggiare, ma è solo l’effetto della luce dei bengala, lo zaino sotto la testa e tiene le braccia strette intorno al ventre. I bengala si spengono, sparisce; ci vuole un attimo prima che mi abitui alla penombra dentro la fossa. Mi avvicino strisciando, gli passo una mano sulla fronte, scotta come un forno, lui ha un sussulto «Non avere paura» Gli dico «sono vento a portarti via, a portarti in salvo.»

 

segue

 

 

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July 17, 2002