E
siamo fuori, striscio sul ventre dandoci di gomiti e
ginocchia, che adesso questo fango quasi lo amo e vorrei
che mi inghiottisse facendomi sparire; conto mentalmente,
poi mi fermo, immobile, giusto in tempo per vedere la
luce del fascio riflessa a pochi centimetri dal mio naso.
Fermo così per un minuto. Il freddo adesso mi è arrivato
fin dentro le ossa. Dev’essere così la morte, un torpore
gelido che ti cancella il corpo e la mente.
Minghetti batte i denti subito dietro; è terribile
questa sensazione, battiamo entrambi i denti e non
sappiamo se per il freddo o la paura.
Buio, scatto di nuovo in avanti, aggiro le buche d’obice,
seguendo la direzione delle urla, ormai non ci manca
molto. Tra poco lo raggiungo, ma proprio quando comincio
a pensare che potremo anche farcela dalla nostra trincea
arriva un gran tramestio e poi un “basta, non ne posso
più” seguito da una serie di spari. Subito i fasci di
luce cominciano a muoversi freneticamente, come
impazziti.
Dalla trincea austriaca parte una raffica di
mitraglia, a cui risponde la nostra. I bengala vengono
lanciati uno dietro l’altro, adesso qua nella terra di
nessuno sembra giorno, anzi un assolato pomeriggio
estivo. Giro la testa appiattito più che posso;
Minghetti si trova ad una ventina di metri, accanto ad
una fossa, è impossibile che non ci vedano «buttati
dentro» gli urlo. Non se lo fa ripetere due volte,
scivola via e scompare, io invece sono completamente
allo scoperto, in una posizione infelice, indietro non
posso tornare, che di schiena sono un bersaglio ancora
più facile ed il riparo più vicino si trova ad almeno
una decina di metri davanti a me. Comincio a strisciare
il più velocemente possibile, ma sento partire una
raffica di mitraglia, vedo i traccianti volare bassi
sollevare alti schizzi di fango leggermente spostati
sulla mia sinistra, un soffio agghiacciante mi sfiora
facendomi cambiare direzione, individuo un nuovo riparo,
ma un’altra raffica mi sbarra la strada, via a destra,
subito un muro d’acqua e fango mi riempie gli occhi e la
bocca, sputo bestemmiando, mezzo accecato; si stanno
divertendo un mondo quei bastardi, stanno giocando come
fa il gatto con il topo, e dalla mia trincea neanche uno
sparo di copertura, tanto inutile sprecare colpi, sanno
che ormai sono spacciato. Mi tiro su quattro zampe e
comincio a gattonare via sparato come un razzo, che così
magari li farò crepare dal ridere, ma se riesco a
raggiungere quella buca che sembra così vicina li frego.
E via zizagando, ma ogni volta vedo i traccianti partire
e sfiorarmi d’incanto. Scommetto che adesso gli
austriaci staranno sghignazzando dandosi gran manate
sulle spalle, e questo pensiero mi fa incazzare, anzi di
più, salire il sangue agli occhi, non voglio diventare
il loro pagliaccio per poi essere comunque ammazzato
come un cane, e poi basta, se questa è la mia ora, così
sia. Mi fermo alzandomi sulle ginocchia, spalanco il
cappotto, apro la giacca, e mostro la camicia bianca
che così non possono sbagliare «Dai sparate bastardi,
sparate beccamorti che non siete altro, sparate qua, è
così facile, anche un ragazzino ci riuscirebbe.» Urlo.
Cala un silenzio irreale, il riflettore puntato negli
occhi, aspetto il colpo che mi butterà a terra, ma non
succede niente. Percepisco la paura montarmi dai piedi e
conquistarmi un poco alla volta, «bastardi figli di
puttana» comicio a piangere «Sparate, e sparate,
muovetevi!»
Poi odo una voce provenire dalla trincea austriaca «
italian…» S’inceppa ma si riprende subito “Italiano,
vai muoviti, farlo star zitto, noi dormire, capito,
italiano noi voler dormire, vai, muoviti.»
«Italiano,
vai muoviti» Mi dice un’altra voce. «Presto, altrimenti
questa volta noi mirare giusto.»
Certo hanno capito cosa sono venuto a fare qua, hanno
visto che sono disarmato, che sono senza fucile e senza
elmo, ed hanno capito. Mi tiro su in piedi, pregando
dalla felicità, intanto quello lancia un altro dei suoi
urli strazianti. Individuo la fossa dove s’è rifugiato.
Gli austriaci mi regalano un altro paio di bengala che
illuminano la scena a giorno e puntano i riflettori
davanti a me; mai vista tanta premura neppure da parte
dei miei. Avanzo barcollando e inciampando con le gambe
che mi reggono a stento, poi mi calo nel cratere di una
bomba da cinquecento.
Lui è là coricato su un fianco, sembra ondeggiare, ma è
solo l’effetto della luce dei bengala, lo zaino sotto la
testa e tiene le braccia strette intorno al ventre. I
bengala si spengono, sparisce; ci vuole un attimo prima
che mi abitui alla penombra dentro la fossa. Mi avvicino
strisciando, gli passo una mano sulla fronte, scotta
come un forno, lui ha un sussulto «Non avere paura» Gli
dico «sono vento a portarti via, a portarti in salvo.»