Si
gira e intravedo una specie di sorriso
«Finalmente.»Sussurra
con un filo di voce.
Ha
gli occhi chiari, un naso sottile, il mento ben
squadrato, neanche diciannove anni, sembra anche bello:
penso a sua madre e tiro un gran bestemmione, ma certe
cose è bene non pensarle, non devo pensare. Mi metto
dietro a lui, seduto, allargo le gambe e appoggio la sua
testa sulla mia coscia carezzandogli i capelli sporchi
di fango, poi lo giro lentamente. Si lamenta, ma non
urla più, il pastrano è intatto, ancora abbottonato, Ha
solamente una grossa macchia sul davanti, ci metto su
una mano è inzuppato di roba scura: sangue. Apro con
precauzione un bottone, lui emette un leggero lamento «Cos’ho?»
Mi chiede «non riesco a muovere le gambe»
«Niente,
un graffio vedrai che appena arriviamo al campo i medici
ti rimettono in piedi, e poi un mese a casa.»
«Sì.»
Afferma passandomi una mano intrisa di sangue sulla
guancia.
Infilo le dita sotto il pastrano slacciando un bottone,
sento le budella calde e scivolose, è aperto da cima a
fondo. Una di quelle maledette schegge oblique e ti
s’infilano senza nemmeno sgualcirti il pastrano. Mi era
capitata una cosa così appena arrivato qua durante
un’offensiva, non stavamo neanche correndo ci eravamo
fermati un attimo, io e il mio compagno, cercando di
capire da che parte cadevano le bombe quando mi dice
“cazzo mi sto pisciando addosso” mi giro e ai suoi piedi
effettivamente vedo allargarsi una gran pozza, ma rossa,
allora gli apro subito il pastrano e le sue interiora
esplodono fuori come tanti palloncini; adesso non farei
più un errore del genere. Riallaccio il bottone; è
spacciato, morto, non c’è più niente da fare e poi da
solo non riuscirei mai a trascinarlo fuori da qui.
«Adesso
ce ne andiamo, tieniti pronto, ti prendo per la testa e
cerco di tirarti su’ sentirai un po’ male, ma cerca di
resistere.»
«Sì»
mi fa «Andiamo, portami via, non voglio morire qua.»
«Certo,
ci penso io.» Lo rassicuro
Non uso la baionetta è troppo grande, poco precisa, se
ne accorgerebbe. Dalle fasce strette intorno alle
caviglie estraggo un coltellino con una lama da dieci
centimetri affilato come un rasoio, gli metto una mano
sotto il mento tirando leggermente, poi gli piego la
testa di lato; anche nella penombra riesco a individuare
il leggero rigonfiamento della Giugulare.
Fingo di tirare un po’ più forte come se lo stessi
sollevando, poi con un colpo deciso gli infilo la lama
nel collo recidendogli la vena, sento la sua bocca
aprirsi per un attimo, i suoi occhi girarsi verso di me
pieni di stupore, ma si bloccano mentre le pupille
cominciano a dilatarsi e la sua testa si affloscia
inerme tra le mie braccia. Negli ultimi spasmi il cuore
pompa disperatamente lanciando lunghi schizzi sul
terreno, ma lui è già incosciente, con il cervello
svuotato. Tengo la sua testa tra le braccia e la cullo
finché non sono finite anche le ultime contrazioni.
Poi lo ripongo sistemandolo in una posizione dignitosa,
gli infilo una mano sotto il bavero e dal taschino della
giacca estraggo il suo tesserino. Massimo si chiama. Gli
carezzo la fronte, “Massimo, Massimo che non voleva
morire, domani ti porteremo via da qui.” sussurro
continuando a cullarlo.



Per la prima volta sento una grande calma,
un’indifferenza assoluta verso il mondo, la guerra, la
morte, tutto quanto. Mi alzo in piedi, esco dal cratere,
se gli austriaci vogliono spararmi, sparino pure. Gli
austriaci non sparano, anzi continuano ad illuminare il
percorso con i riflettori. Raggiungo la fossa dove s’era
nascosto Minghetti.
«Dai Minghetti esci da lì, torniamo alla nostra trincea.»
«Sicuro?
mi fa lui mettendo appena fuori la testa.»
«Sicuro.»
gli dico.
Lui esce e mi abbraccia, sento che mi vuole bene, come
ad un padre, e lo abbraccio anch’io, gli scendono grossi
goccioloni dagli occhi.
«Andiamo»
Gli dico. «Stavolta l’abbiamo scampata.»
E
mentre ci incamminiamo vien su un gran magone anche a
me, comincio a scuotere la testa incredulo con le
lacrime agli occhi: gli austriaci ci stanno lasciando
andare, non riesco proprio a crederci, ci stanno proprio
lasciando andare, sembra impossibile. Fisso Minghetti
per un attimo «Però in fondo, quanto siamo umani.» Mi
scappa.
«Hai
ragione, finalmente riusciremo a dormire.» Risponde lui
dandomi delle gran manate sulla schiena.