Umani  - pagina 3



Si gira e intravedo una specie di sorriso

«Finalmente.»Sussurra con un filo di voce.

Ha gli occhi chiari, un naso sottile, il mento ben squadrato, neanche diciannove anni, sembra anche bello: penso a sua madre e tiro un gran bestemmione, ma certe cose è bene non pensarle, non devo pensare. Mi metto dietro a lui, seduto, allargo le gambe e appoggio la sua testa sulla mia coscia carezzandogli i capelli sporchi di fango, poi lo giro lentamente. Si lamenta, ma non urla più, il pastrano è intatto, ancora abbottonato, Ha solamente una grossa macchia sul davanti, ci metto su una mano è inzuppato di roba scura: sangue. Apro con precauzione un bottone, lui emette un leggero lamento «Cos’ho?» Mi chiede «non riesco a muovere le gambe»

«Niente, un graffio vedrai che appena arriviamo al campo i medici ti rimettono in piedi, e poi un mese a casa.»

«Sì.» Afferma passandomi una mano intrisa di sangue sulla guancia.

 

 

Infilo le dita sotto il pastrano slacciando un bottone, sento le budella calde e scivolose, è aperto da cima a fondo. Una di quelle maledette schegge oblique e ti s’infilano senza nemmeno sgualcirti il pastrano. Mi era capitata una cosa così appena arrivato qua durante un’offensiva, non stavamo neanche correndo ci eravamo fermati un attimo, io e il mio compagno, cercando di capire da che parte cadevano le bombe quando mi dice “cazzo mi sto pisciando addosso” mi giro e ai suoi piedi effettivamente vedo allargarsi una gran pozza, ma rossa, allora gli apro subito il pastrano e le sue interiora esplodono fuori come tanti palloncini; adesso non farei più un errore del genere. Riallaccio il bottone; è spacciato, morto, non c’è più niente da fare e poi da solo non riuscirei mai a trascinarlo fuori da qui.

«Adesso ce ne andiamo, tieniti pronto, ti prendo per la testa e cerco di tirarti su’ sentirai un po’ male, ma cerca di resistere.»

«Sì» mi fa «Andiamo, portami via, non voglio morire qua.»

«Certo, ci penso io.» Lo rassicuro

Non uso la baionetta è troppo grande, poco precisa, se ne accorgerebbe. Dalle fasce strette intorno alle caviglie estraggo un coltellino con una lama da dieci centimetri affilato come un rasoio, gli metto una mano sotto il mento tirando leggermente, poi gli piego la testa di lato; anche nella penombra riesco a individuare il leggero rigonfiamento della Giugulare.

Fingo di tirare un po’ più forte come se lo stessi sollevando, poi con un colpo deciso gli infilo la lama nel collo recidendogli la vena, sento la sua bocca aprirsi per un attimo, i suoi occhi girarsi verso di me pieni di stupore, ma si bloccano mentre le pupille cominciano a dilatarsi e la sua testa si affloscia inerme tra le mie braccia. Negli ultimi spasmi il cuore pompa disperatamente lanciando lunghi schizzi sul terreno, ma lui è già incosciente, con il cervello svuotato. Tengo la sua testa tra le braccia e la cullo finché non sono finite anche le ultime contrazioni.

Poi lo ripongo sistemandolo in una posizione dignitosa, gli infilo una mano sotto il bavero e dal taschino della giacca estraggo il suo tesserino. Massimo si chiama. Gli carezzo la fronte, “Massimo, Massimo che non voleva morire, domani ti porteremo via da qui.” sussurro continuando a cullarlo.

 

 

Per la prima volta sento una grande calma, un’indifferenza assoluta verso il mondo, la guerra, la morte, tutto quanto. Mi alzo in piedi, esco dal cratere, se gli austriaci vogliono spararmi, sparino pure. Gli austriaci non sparano, anzi continuano ad illuminare il percorso con i riflettori. Raggiungo la fossa dove s’era nascosto Minghetti.

«Dai Minghetti esci da lì, torniamo alla nostra trincea.»

«Sicuro? mi fa lui mettendo appena fuori la testa.»

«Sicuro.» gli dico.

Lui esce e mi abbraccia, sento che mi vuole bene, come ad un padre, e lo abbraccio anch’io, gli scendono grossi goccioloni dagli occhi.

«Andiamo» Gli dico. «Stavolta l’abbiamo scampata.»

E mentre ci incamminiamo vien su un gran magone anche a me, comincio a scuotere la testa incredulo con le lacrime agli occhi: gli austriaci ci stanno lasciando andare, non riesco proprio a crederci, ci stanno proprio lasciando andare, sembra impossibile. Fisso Minghetti per un attimo «Però in fondo, quanto siamo umani.» Mi scappa.

«Hai ragione, finalmente riusciremo a dormire.» Risponde lui dandomi delle gran manate sulla schiena.

 

 

Gianluigi Ancellotti

 

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July 17, 2002