|
Arremba
su la strinata proda
le
navi di cartone e, dormi,
fanciulletto
padrone: che non oda
tu
i malevoli spiriti che veleggiano a stormi.
Nel
chiuso dell'ortino svolacchia il gufo
e
i fumacchi dei tetti sono pesi
l'attimo
che rovina l'opera lenta di mesi
giunge:
ora incrina segreto, ora divelge in un buffo.
Viene
lo spacco; forse senza strepito.
Chi
ha edificato sente la sua condanna.
E'
l'ora che si salva solo la barca in panna
amarra
la tua flotta fra le siepi.

Portami
il girasole ch'io lo trapianti
nel
mio terreno bruciato dal salino
e
mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del
cielo, l'ansietà del suo corpo giallino.
Tendono
alla chiarità le cose oscure
si
esauriscono i corpi in un fluire
di
tinte: queste n musiche. Svanire
è
dunque la ventura delle venture.
Portami
tu la pianta che conduce
dove
sorgono bionde trasparenze
e
vapora la vita come essenza;
portami
il girasole impazzito di luce.

Non
chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo
nostro informe e a lettere di fuoco
lo
dichiari e risplenda come un croco
perduto
in mezzo a un polveroso prato.
Ah
l'uomo che se ne va sicuro,
agli
altri ed a se stesso amico
e
l'ombra sua non cura che la canicola
stampa,
sopra uno scalcinato muro!
Non
domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì
qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto
solo oggi possiamo dirti,
ciò
che non siamo, ciò che non vogliamo.

Godi
se il vento ch'entra nel pomario
vi
rimena l'ondata della vita:
qui
dove affonda un morto
viluppo
di memorie
orto
non era, ma reliquiario.
Il
frullo che tu senti non è un volo
ma
il commuoversi dell'eterno grembo;
vedi
che si trasforma questo lembo
di
terra solitario in un crogiuolo.
Un
rovello è di qua dall'erto muro.
Se
procedi t'imbatti
ti
forse nel fantasma che ti salva:
si
compongono qui le storie, gli atti
scancellati
pel gioco dal futuro.
Cerca
una maglia rotta nella rete
che
ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va,
per te l'ho pregato, - ora la sete
mi
sarà lieve, meno acre la ruggine...

Forse
un mattino, andando in un'aria di vetro
arida,
rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il
nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di
me, con un terrore di ubriaco.
Poi
come su uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi
case colli, per l'inganno consueto.
Ma
sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto
tra
gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Dicono
che la mia
sia
una poesia d'inappartenenza.
Ma
s'era tua era di qualcuno;
di
te che non sei più forma, ma essenza.
Dicono
che la poesia al suo culmine
magnifica
il Tutto in fuga,
negano
che la testuggine
sia
più veloce del fulmine.
Tu
sola sapevi che il moto
non
è diverso dalla stasi,
che
il vuoto è il pieno e il sereno
è
la più diffusa delle nubi.
Così
meglio intendo il tuo lungo viaggio
imprigionata
tra le bende e i gessi.
Eppure
non mi da riposo
sapere
che in uno o in due noi siamo una sola cosa.
|