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Sono leggermente seccato per quell’appuntamento rinviato di due ore.
“Mi dispiace per il mancato preavviso, ma l’avvocato ha avuto un impegno inderogabile.
Se vuole accomodarsi nel salottino, signor Cesare. Sa, c’è il televisore e fra un attimo le porto qualcosa da bere”.
Rifiuto gentilmente con un cenno della mano sorridendo all’incolpevole segretaria.
“Vado a farmi una passeggiata, mi farà bene.”
“Ma qui nella zona industriale non ci sono che fabbriche.”
Le indico lo spazio immenso di verde in lontananza.
“Non c’è che campagna da quella parte.”
“Appunto. Che c’è di meglio di escursione nella natura incontaminata?”
Non so cosa abbia capito, ma la vedo arrossire mentre mi guarda curiosa.
Forse non tutto il male viene per nuocere ed è da troppo tempo che non mi concedo un tuffo negli odori dei campi. M’incammino tra viottoli sconnessi,ove l’erba
combatte per mostrare i suoi smeraldi che sfavillano al tiepido sole di primavera. Qualche fiore s’intimidisce al mio passaggio,
ma li schivo con cautela carpendo loro solo un lieve profumo e imprimendomi nella mente i colori. Un senso di pace penetra in me
mentre poso il mio sguardo su alberi dalle chiome fruscianti, su terra smossa e pronta per la semina, sul volo di cinguettiì invisibili
e su quel profumo che solo un corso d’acqua sa portare. Non conosco quella zona e la trovo molto attraente come può esserlo una bella donna.
E dietro le magnolie la vedo.
Prima mi guarda preoccupata, poi mi elargisce un sorriso e, mentre mi avvicino, mi rendo conto della familiarità dei suoi
lineamenti. Anche lei posa il libro che teneva in quelle piccole mani. Pian piano la memoria mette a fuoco un viso dalle fattezze
che… non è possibile! E quasi non sento la sua esclamazione.
“Cesare caro, cosa fai da queste parti, come stai. Oh Dio, quanti anni son passati!”
“Ma tu…tu sei…incredibile!” e resto piacevolmente sorpreso di quel sorprendente e casuale incontro.
Il tempo per lei si è dimenticato di scorrere. Quanto è bella ancora, sempre snella, con quei capelli lunghi e quegli occhi. Ah,
quegli occhi! Ed è in quelli che vedo il suo cambiamento. In essi c’è troppa tristezza, mentre le labbra carnose si aprono al suo
immancabile sorriso, ma gli occhi non sono felici. C’è amarezza, c’è rimpianto, c’è tutta una vita di dolore che l’apparente gaiezza
non riesce a nascondere. Ci abbracciamo commossi e per un attimo siamo colti da una balbuzie improvvisa.
“Su, dai, entra che ti preparo un caffè, ti va?”
Annuisco con goffaggine e seguo il suo passo leggero.
“Metto questi i fiori in un vaso, poi te lo preparo… ma tu guarda che sorpresa. Su dai raccontami di te, ho sentito che sei diventato
nonno. Ah, come t’invidio!”
La casa è di uno splendore irreale e troppo silenziosa. Le tende danzano con un refolo per cavaliere ed i muri sembrano non
abituati alla mia voce che rimbalza con imbarazzo, come un’eco ormai dimenticata, quasi non mi rendo conto che ha infilato la sua
mano tra le mie per carpirne un po’ di calore.
E,mentre le parlo, torno indietro nel tempo quando morivo per lei, giorni passati invano a corteggiare una creatura dolce e
raffinata, amante dell’arte, della letteratura e con quell’aria ribelle che non lasciava scampo al respiro. Poi le nostre strade
si divisero e ora…perché proprio ora?
Vorrei chiederle di parlarmi di lei, ma i suoi occhi arrossati me lo impediscono, lei li abbassa lentamente, quasi per scacciare
il dolore che sale dall’anima. Eppure lei era ed è ancora una donna forte, lei sa affrontare il futuro con coraggio e quella vitalità
che l’ha sempre resa speciale. Vorrei entrare nei suoi pensieri e capire tutto ciò che lei non si sente di dirmi, poterla
aiutare, poter darle il mio conforto, ma la diffidenza che sì è radicata in lei non fa che ostacolare ogni cosa e lei divaga
con grande stile. Parla d’altro con quella voce melodiosa che mi ammaliava ed ora mi stringe il cuore in una morsa di dolore.
Ma come sempre lei riesce a leggermi dentro e mi affibbia un buffetto sulla guancia.
“Sai Cesare, va tutto bene, sei sempre stato un orso romantico e troppo apprensivo, non arrovellare la tua mente per sentieri
che devo percorrere da sola, come ho sempre fatto, tu piuttosto mi sembri un po’… come dire… irrobustito.” Ed ecco la sua
risatina ironica che non posso dimenticare.
E’ il momento del congedo, degli abbracci, di qualche tenera carezza, poi, un ultimo incrociarsi di dita e soprattutto di
sguardi.
Mentre mi allontano so che aspetterà che sia lontano abbastanza per non vedere la sua lacrima. Mi sforzo di non voltarmi perché
vedrebbe anche le mie, copiose, calde e inutili lacrime. Un pianto mosso da domande che mi pongo e che, probabilmente, non
avranno mai risposte per una sua forma esasperata di autodifesa. Mi sento impotente di fronte ad un nemico del quale non conosco
le origini e i tratti. Ma quanto vorrei aiutarla. Quanto vorrei che quegli occhi, sì, quanto vorrei che quei meravigliosi occhi verdi
tornassero sorridere, magari non per me, ma che tornassero comunque a sorridere.
Cesare Sabbadin

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