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Andiamo verso l’ignoto
del
vuoto correre dietro uno
spot
dipinto di bianca
dentatura.
La presentatrice macabro
fumetto
annuncia l’inizio della
trasmissione
che ha per filo
conduttore... è
consigliata
la visione ad un
pubblico adulto...
L’altro pubblico aspetta
l’atto secondo
di questa triste
messinscena di un
palinsesto che non ha
scelto e che
gli piove dentro casa e
la culla già
dondola di troppi
pensieri.
Io sono sempre
dell’avviso che dire
ci confonda con il
branco e tanti dei
aspettano la tua voce
per il gusto
di sotterrarti perché la
loro raucedine
abbisogna di cori
modesti per poter
tirare alla pensione.
Mi piace pensare al
fatto che tutti pensano
di
essere più belli, più
furbi, più ricchi, più
immortali,
più intelligenti e poi
quando muore il vicino
di casa
toccano ferro aspettando
di rimandare il proprio
turno.
è dunque solo una misera
conta che li tiene in
pista?
Un pallottoliere è
l’unico senso della
vita?
Forse si, appesi deboli
a una catenina di
palline di
plastica presa a un
mercatino per poche
lire,
tanto vale la
considerazione di sé.
Non ho ancora redatto il
mio testamento.
Non ho nulla!
Una preoccupazione in
meno...
Che fatica scrivere
quattro fesserie
su chi è stato
meritevole e su chi non
ne è degno.
Vorrei donare il mio
nulla
a chi mi ha sempre amato
nel silenzio
di un estraneo.
Non capisco perché
i poeti
raccontino le emozioni
di
altri poeti come delle
cover
“Best collection” di
vecchi vinili
sostituiti da cd con una
musica... la stessa!
Siamo in tanti!
Ci vorrebbe una bella
guerra!
Così sfoghiamo le nostre
aggressività!
Lo diceva sempre mia
nonna...
Lo dico sempre anch’io.
Siamo in troppi!
Una bella calamità
naturale!
Così sprofondiamo come i
dinosauri!
Lo diceva sempre mia
nonna...
Lo dico sempre anch’io.
Siamo incolori insapori
e inodori!
Almeno le metropoli
puzzano
e sentono i gas di
scarico imbuto
da travaso per i meandri
del cielo.
Mia nonna non lo poteva
dire
avvolta da una fredda
nebbia
che allora passeggiava
per
le rade vie e una
ciclabile
indicava la direzione.
Mi stai allontanando
dalla tua vita.
Passo dopo passo mi
digerisci
come un bicchiere
d’acqua a fine pasto.
Ti restituisco le tue
cose impolverate
come il nostro non
vivere e il non essere
di un bambino che
talvolta (quando vuoi tu)
diventa uomo
per cacciare
l’indesiderato ospite.
E’ proprio vero che la
liberazione
lascia il passo alla più
disperata
solitudine e il senso
della vita
ti sfugge di mano, una
mano
che ti teneva stretta al
suo petto.
Tardi sono arrivato
quando il danno già
fatto non mi concede la
tregua di un attimo
per poter riparare il
rubinetto che perde
la goccia dell’amore che
schianta
sul lavandino e
disinvolta se ne va.
Strano questo millennio
nel suo inizio...
Figlio di un vecchio
poco saggio che
si circonda delle
peggiori disgrazie quasi
fossero belle dame da
portare a un
“Happy-hour” per un
veloce aperitivo
e poi aspettare
l’eclisse della città
oscurata e con occhi
sopiti guardare
la metro che ingoia
l’alba dell’ingordigia.
Sono la matricola 524
Dunque ho un nome
Mi chiamo
Cinquecentoventiquattro...
Non sono allora un
numero!
Come sono contento!
E pensare che ero
convinto
di essere un codice
fiscale,
il numero di un citofono,
l’Ehi tu... detto da un
passante,
una carta di credito,
una password con
una data di scadenza.
Sono la matricola 524
Dunque ho un nome
Mi chiamo
Cinquecentoventiquattro...
Mi chiama il momento
Mi dice di aspettare la
risposta
nella pausa
dell’intervallo troppo
breve per un caffè non
consumato
e il tempo riprende a
lavorare.
Quando incontri qualcuno
ti sembra di fare un
passo avanti
e un nuovo pezzetto si
aggiunge al tuo
puzzle incompiuto dalle
troppe assenze
per i tasselli mancanti
e l’abbandono
successivo aumenta i
buchi che pensavi
di chiudere e allora
aspetti il nuovo errore
pronta a ricominciare il
gioco ormonale che
illude per poco tra risa
e baci diversi e la
testa
ti segue ricordando il
passato che non
puoi più riprendere.
Cerchiamo un corpo più
giovane
dimenticando che il
nostro non lo è
più e gli ultimi fuochi
reclamano
un pompiere che accorra
con calma
e spenga l’immaginazione
di noi
bambini che sogniamo quel
vecchio
ancora lontano e quando
si avvicina
scappiamo e fingiamo di
essere altri.
Non mi stancherò mai di
ripetere
l’assurdità del nostro
vivere tra
l’indifferenza di tutti
e un morto
per strada non attira
più l’attenzione
perché è successo a lui
e a me
non potrà mai succedere.
L’unica vera malattia
inguaribile
è il sesso che miete
miliardi di
vittime che non possono
essere
curate e manca
l’antidoto perché
i sensi si moltiplicano
e sono
resistenti agli
antibiotici e poi
perché resistere?
La poesia, sempre il
solito ritornello
di gabbiani sparuti che
chiedono
all’alba dov’è il mare
perché la
petroliera l’ha nascosto
e quando
giunge sera il colore è
sempre uguale.
I massimi sistemi, una
gran bella puttanata!
Loro sono sempre lì,
statici, da millenni
non dicono, siamo noi
che chiediamo e
ci diamo le risposte che
vogliamo per
gratificarci di una
merda di vita spesa
tra le nostre miserie e
l’essere così
fragili, figli di un
disegno che non
esiste, esiste solo che
ora ci sei e dopo non
più.
Non dobbiamo pensare a
un perché...
Così è tutto più facile
e possiamo
dire che l’evoluzione
della specie
non vi è stata e due
cellulari in più
ci collegano con
l’infinito.
La sensibilità
improvvisamente
dimentica che hai fatto
parte di
un breve tragitto con
chi
ti ha portato sul palmo
della mano
come la persona migliore
al mondo
in quel momento spezzato
da lieve
brezza indecisa.
Essere in balia di tutti
Di tutto non vi è
ragione
Provo una grande pena
per chi risolve il rebus
ma l’anagramma è di
troppe
lettere e il malcapitato
accorcia
l’alfabeto così è tutto
a posto...
Ritorno a dire che
l’amore si
rinnova nello scazzo
quotidiano
di quando ti svegli e
fuori ti
aspetta quella donna che
alla fermata ti guarda e
sorride
per il pensiero che
potrebbe essere
diverso e poi scendi
prima sperando
che al mattino
successivo quel sorriso
ti dia il buongiorno e
scenda assieme a te.
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