Fuori dal coro 

 di Marco Saya - pag. 2

 

Andiamo verso l’ignoto del

vuoto correre dietro uno spot

dipinto di bianca dentatura.

La presentatrice macabro fumetto

annuncia l’inizio della trasmissione

che ha per filo conduttore... è consigliata

la visione ad un pubblico adulto...

L’altro pubblico aspetta l’atto secondo

di questa triste messinscena di un

palinsesto che non ha scelto e che

gli piove dentro casa e la culla già

dondola di troppi pensieri.

 

Io sono sempre dell’avviso che dire

ci confonda con il branco e tanti dei

aspettano la tua voce per il gusto

di sotterrarti perché la loro raucedine

abbisogna di cori modesti per poter

tirare alla pensione.

 

Mi piace pensare al fatto che tutti pensano di

essere più belli, più furbi, più ricchi, più immortali,

più intelligenti e poi quando muore il vicino di casa

toccano ferro aspettando di rimandare il proprio turno.

è dunque solo una misera conta che li tiene in pista?

Un pallottoliere è l’unico senso della vita?

Forse si, appesi deboli a una catenina di palline di

plastica presa a un mercatino per poche lire,

tanto vale la considerazione di sé.

 

Non ho ancora redatto il mio testamento.

Non ho nulla!

Una preoccupazione in meno...

Che fatica scrivere quattro fesserie

su chi è stato meritevole e su chi non ne è degno.

Vorrei donare il mio nulla 

a chi mi ha sempre amato nel silenzio

di un estraneo.

 

Non capisco perché  i poeti

raccontino le emozioni di

altri poeti come delle cover

“Best collection” di vecchi vinili

sostituiti da cd con una musica... la stessa!

 

Siamo in tanti!

Ci vorrebbe una bella guerra!

Così sfoghiamo le nostre aggressività!

Lo diceva sempre mia nonna...

Lo dico sempre anch’io.

 

Siamo in troppi!

Una bella calamità naturale!

Così sprofondiamo come i dinosauri!

Lo diceva sempre mia nonna...

Lo dico sempre anch’io.

 

Siamo incolori insapori e inodori!

Almeno le metropoli puzzano

e sentono i gas di scarico imbuto

da travaso per i meandri del cielo.

Mia nonna non lo poteva dire

avvolta da una fredda nebbia

che allora passeggiava per

le rade vie e una ciclabile

indicava la direzione.

 

Mi stai allontanando dalla tua vita.

Passo dopo passo mi digerisci

come un bicchiere d’acqua a fine pasto.

Ti restituisco le tue cose impolverate

come il nostro non vivere e il non essere

di un bambino che talvolta (quando vuoi tu) diventa uomo

per cacciare l’indesiderato ospite.

 

E’ proprio vero che la liberazione

lascia il passo alla più disperata

solitudine e il senso della vita

ti sfugge di mano, una mano

che ti teneva stretta al suo petto.

 

Tardi sono arrivato quando il danno già

fatto non mi concede la tregua di un attimo

per poter riparare il rubinetto che perde

la goccia dell’amore che schianta

sul lavandino e disinvolta se ne va.

 

Strano questo millennio nel suo inizio...

Figlio di un vecchio poco saggio che

si circonda delle peggiori disgrazie quasi

fossero belle dame da portare a un

“Happy-hour” per un veloce aperitivo

e poi aspettare l’eclisse della città

oscurata e con occhi sopiti guardare

la metro che ingoia l’alba dell’ingordigia.

 

Sono la matricola 524

Dunque ho un nome

Mi chiamo Cinquecentoventiquattro...

Non sono allora un numero!

Come sono contento!

E pensare che ero convinto

di essere un codice fiscale,

il numero di un citofono,

l’Ehi tu... detto da un passante,

una carta di credito,

una password con

una data di scadenza.

Sono la matricola 524

Dunque ho un nome

 

Mi chiamo Cinquecentoventiquattro...

 

Mi chiama il momento

Mi dice di aspettare la risposta

nella pausa dell’intervallo troppo

breve per un caffè non consumato

e il tempo riprende a  lavorare.

 

Quando incontri qualcuno

ti sembra di fare un passo avanti

e un nuovo pezzetto si aggiunge al tuo

puzzle incompiuto dalle troppe assenze

per i tasselli mancanti e l’abbandono

successivo aumenta i buchi che pensavi

di chiudere e allora aspetti il nuovo errore

pronta a ricominciare il gioco ormonale che

illude per poco tra risa e baci diversi e la testa

ti segue ricordando il passato che non

puoi più riprendere.

 

Cerchiamo un corpo più giovane

dimenticando che il nostro non lo è

più e gli ultimi fuochi reclamano

un pompiere che accorra con calma

e spenga l’immaginazione di noi

bambini che sogniamo quel vecchio

ancora lontano e quando si avvicina

scappiamo e fingiamo di essere altri.

 

Non mi stancherò mai di ripetere

l’assurdità del nostro vivere tra

l’indifferenza di tutti e un morto

per strada non attira più l’attenzione

perché è successo a lui e a me

non potrà mai succedere.

 

L’unica vera malattia inguaribile

è il sesso che miete miliardi di

vittime che non possono essere

curate e manca l’antidoto perché

i sensi si moltiplicano e sono

resistenti agli antibiotici e poi

perché resistere?

 

La poesia, sempre il solito ritornello

di gabbiani sparuti che chiedono

all’alba dov’è il mare perché la

petroliera l’ha nascosto e quando

giunge sera il colore è sempre uguale.

 

I massimi sistemi, una gran bella puttanata!

Loro sono sempre lì, statici, da millenni

non dicono, siamo noi che chiediamo e

ci diamo le risposte che vogliamo per

gratificarci di una merda di vita spesa

tra le nostre miserie e l’essere così

fragili, figli di un disegno che non

esiste, esiste solo che  ora ci sei e dopo non più.

 

Non dobbiamo pensare a un perché...

Così è tutto più facile e possiamo

dire che l’evoluzione della specie

non vi è stata e due cellulari in più

ci collegano con l’infinito.

 

La sensibilità improvvisamente

dimentica che hai fatto parte di

un breve tragitto con chi

ti ha portato sul palmo della mano

come la persona migliore al mondo

in quel momento spezzato da lieve

brezza indecisa.

 

Essere in balia di tutti

Di tutto non vi è ragione

Provo una grande pena

per chi risolve il rebus

ma l’anagramma è di troppe

lettere e il malcapitato accorcia

l’alfabeto così è tutto a posto...

 

Ritorno a dire che l’amore si

rinnova nello scazzo quotidiano

di quando ti svegli e fuori ti

aspetta quella donna che

alla fermata ti guarda e sorride

per il pensiero che potrebbe essere

diverso e poi scendi prima sperando

che al mattino successivo quel sorriso

ti dia il buongiorno e scenda assieme a te.

 

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