SALVATORE QUASIMODO
presentazione e recensione delle opere dell'artista
Conoscere Salvatore Quasimodo
Salvatore Quasimodo nasce a Modica, in
Sicilia,nel 1901 e muore, relativamente giovane, a Napoli nel 1968. I problemi
economici della sua famiglia, non gli permettono di concludere gli studi
iniziati in età giovanile, ma lo portano dapprima a seguire le orme del padre
ferroviere e poi lo inducono ad impiegarsi nel genio civile. Con questa
attività che andrà a svolgere in molte città, viene in contatto con le realtà
diverse con le quali si confronta, pur nella sua solitudine che accentua un
carattere malinconico, per arricchirlo di una vena creativa poetica.
Nel suo girovagare finisce per trasferirsi
definitivamente a Milano negli anni 40 e qui, aiutato da amici inizia le sue
collaborazioni editoriali e già nel 1941, in conseguenza alla sua fama ottiene
la cattedra di letteratura italiana, ove insegnerà per tutto il resto della sua
vita e più precisamente fino agli ultimi mesi che precedono la sua morte nel
1968.
In questi anni ricchi e fertili
poeticamente, si impegna anche nella saggistica, fino a quando il suo lavoro
viene incoronato con il premio Nobel per la letteratura.
Nel suo impegno di poeta, si dedica anche
alla ricerca così traduce opere classiche dei tragici greci, di Omero, Catullo
e quelli più moderni di Shakespear, Neruda, Camminga, ecc. Diviene per questo
un poeta a tutto campo, che partendo dalle sue origini quasi popolane, che mal
si conciliano con il sapere e l'intellettualità, diventano per lui trampolino di
lancio della sua unicità di poeta e della sensibilità che lo distingue dagli
altri arricchendolo del dono dei valori dell'essenziale, che non concedono
spazio alle frivolezze e al superfluo e che in poesia si traducono in sintesi,
della piacevolissima lettura,
Oggi è un poeta immortale consacrato nel
Gotha della letteratura, nel quale soltanto pochi eletti riescono ad entrare.
Non è possibile restare indifferenti davanti al suo capolavoro, nel senso
della rappresentazione sintetica di un concetto e di una profonda capacità di
cogliere un'immagine così complessa ed elaborata della sofferenza, che secondo
il mio parere è:
Ed è subito sera
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.
Quasimodo vede il mondo in forma globale, senza confini né barriere. In ogni
parte della sfera terrestre vi è un cuore pulsante che anziché inebriarsi ai
caldi raggi del sole, ne viene trafitto, come se i valori positivi vengano
bilanciati o addirittura cancellati da quelli negativi che ogni cosa reca in sé.
Proprio come la quieta sera che precede il buio della notte: momento in cui
tutto si placa ma al contempo s'arresta.
Acquamorta
Acqua chiusa, sonno delle paludi
che in larghe lamine maceri veleni,
ora bianca, ora verde nei baleni,
sei simile al mio cuore.
Il pioppo ingrigia d'intorno ed il leccio;
le foglie e le ghiande si chetano dentro,
e ognuna ha i suoi cerchi d'un unico centro
sfrangiati dal cupo ronzar del libeccio.
Così, come su acqua allarga
il ricordo i suoi anelli, nel mio cuore;
si muove da un punto e poi muore:
così t'è sorella acquamorta.
Specchio
Ed ecco sul tronco
si rompono gemme:
un verde più nuovo dell'erba
che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto,
piegato sul botro.
E tutto mi sa di miracolo;
e sono quell'acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c'era.
Lui non si limita a trasmettere ciò che cade sotto i normali sensi, ma con
quella percezione sottile che fa di ogni artista un medium della natura; "sente"
e trasmette in immagini il suo "sentire unico" ma universale perché egli si
compenetra nel mondo intorno a lui e si confronta con esso rivedendosi riflesso
persino nelle più semplici azioni a cui pochi danno importanza. Quasimodo
capisce ed esprime la sofferenza che alberga anche nel cuore degli altri, non è
indifferente, ma partecipa alla danza universale, nella gioia e nel dolore.
Avidamente allargo la mia mano
In povertà di carne, come sono
eccomi, Padre; polvere di strada
che il vento leva appena in suo perdono.
ma se scarnire non sapevo un tempo
la voce primitiva ancora rozza,
avidamente allargo la mia mano:
dammi dolore cibo quotidiano.
In me smarrita ogni forma
Altra vita mi tenne: solitaria
fra gente ignota; poco pane in dono.
In me smarrita ogni forma,
bellezza, amore, da cui trae inganno
il fanciullo e la tristezza poi.
Si sente in questi versi l'amarezza di una gioventù sofferta, sradicata e
raminga da dargli per compagno solo il dolore, ma resta saldo e alto il senso
della giustizia.
Alle fronde dei salici
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull'erba dura di ghiaccio, al lamento
d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
Milano, agosto 1943
Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la città è morta.
E' morta: s'è udito l'ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l'usignolo
è caduto dall'antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.
In queste due liriche
emerge un Quasimodo adulto, maturo, disincantato, ma privo di faziosità e di
partigianeria. Egli sente dentro di sé prorompere ancora una volta l'arsura
della sua terra natia di Sicilia, in cui il dolore non ha volto, non ha parte: è
dolore e basta e riveste ogni cosa, ogni uomo come un sudario a cui non si può
rinunciare. Al contrario vi sarebbe il rinnegare le proprie origini, il sangue
delle proprie vene, la propria sicilianità, che lo accompagnerà fino alla fine
dei suoi giorni.